La Savings and Investments Union tra rischi geopolitici, innovazione digitale e semplificazione regolamentare
Gianfranco Torriero, Vice Direttore Generale Vicario dell’ABI
Gianfranco Torriero, Vice Direttore Generale Vicario dell’ABI
La XXVI edizione del convegno ABI Supervision, Risks & Profitability rappresenta un momento di confronto particolarmente rilevante perché si svolge in un passaggio nel quale la riflessione sulla vigilanza bancaria non può più essere limitata alla sola dimensione prudenziale, né la riflessione sulla redditività può essere separata dal contesto macroeconomico, tecnologico e geopolitico nel quale gli intermediari operano. La gestione dei rischi, la capacità di innovare, la qualità del quadro regolamentare e la mobilitazione del risparmio sono oggi parti di un medesimo sistema. Ciascuna di queste variabili influenza le altre e ne è a sua volta influenzata.
Il punto di partenza è proprio questo: il settore bancario non si trova davanti a un unico fattore di cambiamento, ma a una pluralità di forze che si alimentano reciprocamente. Le tensioni geopolitiche incidono sulle prospettive di crescita, sui prezzi dell’energia, sulle catene di fornitura, sui comportamenti di investimento e sui profili di rischio delle imprese. L’innovazione digitale, e in particolare l’Intelligenza artificiale, modifica le funzioni produttive, i modelli di business, le modalità di erogazione dei servizi finanziari, i fabbisogni di capitale e le esigenze di sicurezza. La regolamentazione, infine, può essere fattore abilitante oppure elemento di freno, a seconda della sua capacità di assicurare stabilità senza produrre complessità eccessiva, oneri non proporzionati o incertezza applicativa.
Questa interazione tra fattori diversi impone di superare letture settoriali. Non è sufficiente discutere di geopolitica come se fosse una variabile esterna al settore finanziario, né di innovazione digitale come se fosse soltanto un tema tecnologico, né di regolazione come se fosse un processo neutrale rispetto alla competitività. Nella fase attuale, la vigilanza, la gestione dei rischi e la redditività delle banche dipendono dalla capacità di collocare questi fenomeni in una cornice unitaria. È in questa cornice che la Savings and Investments Union assume un valore non solo finanziario, ma anche strategico: essa può diventare uno strumento per rafforzare la resilienza europea, sostenere la crescita e rendere più efficiente il collegamento tra risparmio, investimenti e innovazione.
Negli ultimi anni l’economia internazionale è stata attraversata da shock di natura diversa, ma accomunati dalla loro capacità di produrre effetti sistemici. La pandemia, la guerra tra Russia e Ucraina, le tensioni nell’area Asia-Pacifico, la crescente instabilità in Medio Oriente e il riemergere di logiche di competizione strategica tra grandi aree economiche hanno segnato il passaggio da una lunga fase di globalizzazione relativamente ordinata a una fase di maggiore frammentazione. La volatilità non appare più come un episodio circoscritto, ma come una caratteristica ricorrente dell’ambiente economico e finanziario.
Per le banche, questo cambiamento ha conseguenze profonde. La volatilità geopolitica si trasmette all’economia reale attraverso canali molteplici: il costo delle materie prime, le condizioni finanziarie, la fiducia di famiglie e imprese, la propensione agli investimenti, la qualità del credito, la domanda di finanziamenti e la tenuta delle catene produttive. La geopolitica non è un nuovo rischio ma incide fortemente sui tradizionali rischi bancari: rischio di credito, rischio di mercato, rischio di liquidità e rischio operativo. Gli shock internazionali possono modificare rapidamente i piani di investimento delle imprese e, allo stesso tempo, incidere sulla capacità delle banche di valutare prospettive settoriali, sostenibilità dei flussi finanziari e adeguatezza delle garanzie.
In sintesi, la volatilità geopolitica è tornata al centro dello scenario economico e finanziario. Per le banche questo significa operare in un contesto più complesso, in cui gli shock internazionali si trasmettono rapidamente all’economia reale, incidendo su crescita, inflazione, domanda di credito e capacità di investimento. Questa affermazione sintetizza un elemento centrale dell’analisi: la geopolitica è ormai un fattore ordinario della valutazione bancaria, non una variabile straordinaria da considerare solo in presenza di crisi conclamate.
La conseguenza è che la capacità di interpretare gli scenari diventa parte integrante della resilienza bancaria. Le banche devono rafforzare gli strumenti di analisi dei rischi, integrare informazioni macroeconomiche, settoriali e geopolitiche, valorizzare le tecnologie disponibili e mantenere al tempo stesso un rapporto stretto con i territori e con le imprese. La prossimità al tessuto produttivo resta un elemento essenziale, ma deve essere accompagnata da strumenti di lettura più sofisticati e da un quadro regolamentare che riconosca
la complessità dell’ambiente operativo. In questo senso si inserisce il nuovo Progetto promosso dall’Associazione Bancaria Italiana, lanciato il 4 giugno scorso, ABI ATLAS il Centro di competenza per l’analisi, la formazione e il networking internazionale sui temi dell’evoluzione geopolitica.
La frammentazione geopolitica, che ha impatti inizialmente di tipo congiunturale, si innesta su una fragilità strutturale dell’Europa: un livello di investimenti non adeguato rispetto alle grandi trasformazioni in corso. La transizione digitale, la transizione energetica, la sicurezza economica, la difesa, le infrastrutture, la ricerca e l’innovazione richiedono risorse ingenti e una capacità di allocazione del capitale più efficiente. È stato stimato un divario di investimenti di 1,4 trilioni di euro. Il fabbisogno europeo di investimenti aggiuntivi è una dimensione essenziale della sfida competitiva. Il punto non
riguarda soltanto la quantità di risorse disponibili, ma la capacità di convogliarle verso impieghi produttivi, innovativi e coerenti con le priorità strategiche dell’Unione.
Il confronto con gli Stati Uniti rende evidente la natura del problema. Nel lungo periodo, la crescita reale dell’Area euro
e la dinamica della produttività del lavoro sono risultate significativamente inferiori a quelle statunitensi. Il divario
non può essere spiegato da un solo fattore, ma riflette anche un sottoinvestimento nei comparti a più elevato contenuto tecnologico, nella ricerca e sviluppo, nel software, nell’hardware e nelle infrastrutture digitali. Questo ritardo si traduce in minore capacità di crescita potenziale, minoreproduttività e minore autonomia strategica.
Il tema dell’Intelligenza artificiale rende questo quadro ancora più evidente. Gli investimenti privati cumulati in Ia dal 2013 al 2025 mostrano una distanza molto ampia tra Stati U niti, Cina ed Europa. Gli Stati Uniti hanno attratto una massa di capitali enormemente superiore, mentre l’Europa è rimasta su livelli assai più contenuti. Il divario non è soltanto finanziario: è industriale, tecnologico e strategico. Chi controlla infrastrutture, piattaforme, modelli e capacità di calcolo determina una parte significativa delle condizioni future della competitività.
Per questa ragione l’Europa non può limitarsi a fare di più nel senso quantitativo dell’espressione. Deve costruire un ecosistema capace di trasformare il risparmio disponibile in investimenti produttivi, di sostenere imprese innovative, di accompagnare le Pmi nell’adozione delle tecnologie e di ridurre la dipendenza da infrastrutture e modelli sviluppati fuori dal perimetro europeo. La sovranità tecnologica non va intesa in termini chiusi o autarchici, ma come capacità di partecipare alla competizione globale con strumenti adeguati, evitando che dipendenze strategiche si trasformino in vulnerabilità.
A cui si aggiungono le tematiche connesse con l’evoluzione demografica, che non devono essere considerate come tendenze ineluttabili ma da gestire tempestivamente (1).
In questo scenario le banche svolgono una funzione decisiva. Esse non sono soltanto soggetti chiamati ad adottare nuove tecnologie per migliorare processi, servizi e controlli interni. Sono anche infrastrutture economiche in grado di collegare risorse finanziarie, imprese, investimenti e territori. La loro funzione di intermediazione, la conoscenza del merito creditizio, la capacità di valutare progetti e rischi, la presenza capillare e il rapporto con le imprese, e in particolare
con le Pmi, possono consentire di trasformare obiettivi europei di politica industriale e digitale in flussi concreti di finanziamento all’economia reale.
La prospettiva è duplice. Da un lato, le banche sono utilizzatrici di tecnologie digitali e di Intelligenza artificiale. L’Ia può contribuire all’efficienza operativa, alla qualità del servizio, alla gestione del rischio, alla prevenzione delle frodi, alla sicurezza informatica, all’analisi dei dati e alla personalizzazione dell’offerta, nel rispetto delle regole e dei presidi di tutela. Dall’altro lato, le banche possono essere moltiplicatori della trasformazione digitale delle imprese, sostenendo progetti di investimento, accompagnando le filiere produttive, contribuendo alla diffusione di soluzioni innovative anche presso le realtà di minori dimensioni. Il tutto con la massima attenzione alle persone e alla necessità di adeguare le competenze per gestire le innovazioni indotte dall’Ia. La rilevazione ABI Lab sulle priorità Ict delle banche italiane conferma che l’Intelligenza artificiale è già al centro dell’attenzione del settore. Una quota significativa di banche la colloca tra le principali priorità di ricerca, innovazione e investimento, con attese di incremento dei budget dedicati. Questo dato mostra che il settore bancario non affronta l’Ia come un fenomeno marginale, ma come una delle direttrici principali della propria evoluzione. Tuttavia, l’accelerazione tecnologica richiede un quadro di regole chiaro, coordinato e applicabile, capace di contemperare innovazione, sicurezza, responsabilità e proporzionalità.
L’innovazione, infatti, non può svilupparsi in un ambiente regolamentare incerto o eccessivamente frammentato. L’Ia Act, il Digital Operational Resilience Act, la disciplina sui dati, le norme in materia di antiriciclaggio, cybersecurity, servizi di pagamento e tutela della clientela compongono un quadro complesso. Ciascuna disciplina risponde a finalità condivisibili, ma la somma degli adempimenti, se non adeguatamente coordinata, può produrre sovrapposizioni, duplicazioni e rigidità. L’esigenza non è ridurre le tutele, ma rendere l’insieme delle regole più coerente e più capace di sostenere un’innovazione sicura.
La Savings and Investments Union si colloca precisamente all’incrocio tra queste esigenze. Essa non può essere considerata una semplice evoluzione terminologica della Capital Markets Union, né una iniziativa circoscritta ai mercati dei capitali. La sua ambizione dovrebbe essere più ampia: costruire un quadro nel quale il risparmio europeo possa essere
valorizzato in modo più efficiente, le fonti di finanziamento delle imprese possano essere diversificate, il settore bancario e il mercato dei capitali possano agire in modo complementare e l’Europa possa rafforzare la propria capacità di investimento.
In una fase caratterizzata da profonde trasformazioni economiche, tecnologiche e crescenti tensioni geopolitiche, è fondamentale rafforzare la capacità dell’Europa di mobilitare il risparmio verso investimenti produttivi e sostenere la crescita dell’economia reale. La Savings and Investments Union rappresenta un passaggio strategico per valorizzare l’ingente patrimonio di risparmio presente in Europa, favorendo maggiori opportunità di finanziamento per famiglie e imprese, mobilizzando il risparmio privato verso innovazione, transizione digitale, rafforzando l’autonomia e la competitività dell’economia europea. Questo passaggio esprime il nucleo della posizione del mondo bancario: il risparmio europeo è una risorsa strategica, ma richiede canali, incentivi, regole e fiducia per essere orientato verso investimenti di lungo periodo.
Ma per una sua realizzazione non possono bastare raccomandazioni, ad esempio per i conti di risparmio e investimenti, e comunicazioni, ad esempio sull’educazione finanziaria. Forme di «normazione» che segnalano le difficoltà nel raggiungere un quadro normative veramente europeo.
La struttura delle attività finanziarie delle famiglie mostra che in Europa, e in Italia in particolare, resta centrale il tema dell’allocazione del risparmio.
Rafforzare la componente di attività di mercato può favorire una maggiore diversificazione dei portafogli e contribuire al finanziamento delle imprese. Tuttavia, occorre evitare letture semplificate. I depositi bancari hanno un ruolo fondamentale
nel sostegno al credito e nel finanziamento dell’economia. Inoltre, in paesi con elevato debito pubblico, la composizione del
risparmio delle famiglie interagisce anche con le esigenze di finanziamento dello Stato. La transizione verso una maggiore partecipazione ai mercati deve quindi essere graduale, equilibrata e coerente con la tutela dei risparmiatori.
Una adeguata valutazione va effettuata anche con riferimento al risparmio delle imprese non finanziarie, come segnalato recentemente dal Governatore della Banca d’Italia. Ad esempio oggi il risparmio delle imprese in Italia è più elevato rispetto a quello medio dell’Area dell’euro, mostrando potenzialità non pienamente espresse.
In questa prospettiva, strumenti come i conti di risparmio e investimento europei o nazionali possono essere utili se disegnati in modo flessibile, semplice e coerente con le caratteristiche dei diversi mercati. Per l’Italia, l’eventuale sviluppo di un framework per i Savings and Investment Accounts dovrebbe valorizzare le forme tecniche già diffuse, includere strumenti finanziari, Oicr, gestioni patrimoniali e prodotti di investimento assicurativi, prevedere regole di diversificazione a tutela degli investitori e mantenere un legame con la consulenza finanziaria, che in Italia rappresenta una componente essenziale del modello di servizio. Il regime fiscale, infine, dovrebbe essere semplice, competitivo e fondato sulla durata dell’investimento, evitando sovrapposizioni con strumenti già esistenti e preservando l’interesse generale.
La mobilitazione del risparmio e la capacità di finanziare gli investimenti non dipendono soltanto dallo sviluppo dei mercati azionari o dall’ampliamento dell’offerta di prodotti di investimento. Dipendono anche dalla possibilità di utilizzare
in modo efficiente strumenti di trasferimento e condivisione del rischio. In questo quadro le cartolarizzazioni rivestono un ruolo importante, a condizione che il quadro regolamentare sia idoneo a consentirne uno sviluppo equilibrato e non penalizzante.
La revisione della disciplina europea delle cartolarizzazioni è quindi un passaggio rilevante. L’obiettivo dovrebbe essere quello di rendere il mercato più semplice, più trasparente e più capace di sostenere il credito, senza indebolire i presidi di stabilità. Occorre evitare che requisiti eccessivamente complessi, incertezze interpretative o trattamenti prudenziali non proporzionati riducano l’utilità dello strumento. Le cartolarizzazioni possono contribuire a liberare capacità di bilancio, sostenere il ciclo del credito, attrarre investitori istituzionali e accompagnare investimenti in settori strategici, incluse le infrastrutture digitali e l’adozione dell’Intelligenza artificiale da parte delle imprese.
Accanto alle cartolarizzazioni, le garanzie pubbliche europee e nazionali possono svolgere una funzione di catalizzatore. L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato che strumenti di mitigazione del rischio ben disegnati consentono di mobilitare capitale privato e di moltiplicare l’impatto delle risorse pubbliche. Il tema non è sostituire il mercato con l’intervento pubblico, ma utilizzare garanzie, fondi europei, strumenti Bei, Fei e InvestEu per ridurre il rischio di progetti strategici e rendere bancabili investimenti che altrimenti faticherebbero a raggiungere una scala adeguata.
Questa impostazione è particolarmente rilevante per l’adozione dell’Ia nelle Pmi e nelle mid-cap. Linee di credito dedicate, garanzie europee, cofinanziamento con Cdp, Bei e Fei, cartolarizzazioni di portafogli di prestiti e co-investimento con investitori istituzionali possono costituire un ecosistema nel quale le banche operano come canale di trasmissione e moltiplicatore di capitale. La capillarità del network bancario, la conoscenza delle imprese e la capacità di due diligence sono risorse che l’Europa dovrebbe valorizzare maggiormente nella propria strategia industriale e finanziaria.
Ma il tema regolamentare è il perno dell’intera riflessione. La stabilità finanziaria resta un obiettivo imprescindibile e la qualità della vigilanza è un bene pubblico. Tuttavia, la regolamentazione deve essere valutata anche in relazione ai suoi effetti sulla competitività, sulla capacità di innovazione, sui costi operativi, sulla certezza applicativa e sulla possibilità delle banche di finanziare l’economia reale. Un sistema regolamentare eccessivamente complesso può assorbire risorse, rallentare processi decisionali, rendere più onerosa l’innovazione e ridurre la capacità degli intermediari di svolgere pienamente la propria funzione.
Per questo per raggiungere questi obiettivi è necessario accompagnare il percorso di integrazione dei mercati finanziari con un quadro regolamentare più semplice, coerente ed efficiente. Semplificare non significa deregolamentare: significa costruire un quadro normativo più equilibrato, proporzionato ed efficiente, capace di preservare la stabilità finanziaria e, allo stesso tempo, rafforzare la capacità delle banche di finanziare famiglie, imprese e investimenti strategici. La distinzione è essenziale. Semplificazione non vuol dire minore vigilanza o minore tutela. Vuol dire migliore regolazione. L’esperienza europea mostra che la produzione normativa si articola su molteplici livelli: direttive e regolamenti, standard tecnici, atti delegati, linee guida, Q&A, interpretazioni, recepimenti nazionali e prassi applicative.
A ciò si aggiunge l’interazione tra diversi organismi internazionali ed europei, dalle autorità di vigilanza alle sedi di standard setting. Questa stratificazione può generare complessità anche quando le singole iniziative sono motivate da finalità condivisibili. Il rischio è che la somma degli interventi produca un quadro difficilmente governabile, soprattutto per le banche di minori dimensioni o con modelli di business meno complessi e per gli intermediari che operano in mercati nazionali con caratteristiche specifiche.
Le iniziative Omnibus proposte dalla Commissione europea e le consultazioni europee sulla competitività del settore bancario rappresentano segnali importanti di consapevolezza.
Tuttavia, la domanda decisiva è se le semplificazioni siano effettive per le banche, se riducano davvero oneri e duplicazioni, se siano coerenti con la competitività europea e se il flusso regolamentare complessivo tenderà effettivamente a diminuire. Non basta annunciare semplificazioni se, parallelamente, continuano ad aumentare obblighi, adempimenti, reporting, aspettative di vigilanza e livelli di dettaglio applicativo.
La figura 8 è emblematica di cosa è avvenuto nell’ultimo anno, tra i due Convegni ABI «Supervision», solo relativamente al quadro prudenziale e di risoluzione.
Il Quaderno ABI Proposte per la semplificazione e l’efficienza della regolamentazione bancaria, presentato il 25 febbraio 2026 in Parlamento europeo e in Banca d’Italia si inserisce in questa impostazione. La sua logica non è contrapporre stabilità e crescita, ma riconoscere che banche competitive e resilienti sono un prerequisito necessario per la stabilità finanziaria e per il finanziamento dell’economia. Un quadro normativo equilibrato, efficiente e proporzionato deve limitare la complessità delle norme in via di introduzione, ottimizzare la normativa vigente e garantire condizioni che permettano alle banche di affrontare le sfide in corso senza disperdere risorse in adempimenti ridondanti.
La Savings and Investments Union implica anche una riflessione sulla vigilanza. Una maggiore integrazione dei mercati finanziari e bancari richiede regole comuni, applicazione coerente, riduzione delle divergenze nazionali e capacità di vigilanza adeguata a mercati più interconnessi. Tuttavia, l’integrazione non deve tradursi in uniformità meccanica. La proporzionalità resta un principio essenziale, perché il settore bancario europeo è articolato, composto da intermediari di dimensioni, modelli di business e radicamento territoriale differenti.
Una vigilanza più integrata ed efficiente deve essere in grado di riconoscere le specificità senza rinunciare alla coerenza.
Deve ridurre duplicazioni e incertezze, evitare sovrapposizioni tra livelli nazionali ed europei, favorire prassi applicative stabili e prevedibili. La qualità della supervisione non si misura soltanto dalla quantità di richieste informative o dal dettaglio degli adempimenti, ma dalla capacità di presidiare i rischi rilevanti, anticipare le vulnerabilità e consentire agli intermediari sani di continuare a sostenere economia e investimenti.
Nel contesto attuale, la vigilanza deve inoltre confrontarsi con rischi che attraversano categorie tradizionali. Il rischio cyber è al tempo stesso operativo, reputazionale, sistemico e geopolitico. L’uso dell’Intelligenza artificiale pone questioni di governance, dati, modelli, explainability, controllo umano e responsabilità. Le tensioni internazionali possono riflettersi sulla continuità operativa, sulle sanzioni, sui pagamenti, sulle filiere e sulle esposizioni creditizie. Tutto questo richiede approcci integrati, ma anche regole comprensibili e attuabili.
In questo quadro, il ruolo dell’ABI è quello di contribuire in modo costruttivo alla definizione di un assetto normativo e istituzionale capace di coniugare efficacia della vigilanza, gestione dei rischi, innovazione e crescita. L’Associazione svolge una funzione di raccordo tra banche, istituzioni nazionali ed europee, Autorità, mondo accademico e operatori di mercato. Questa funzione è particolarmente importante in una fase nella quale le scelte regolamentari hanno effetti diretti sulla capacità del sistema finanziario di sostenere la trasformazione dell’economia.
Il metodo deve essere quello dell’analisi, della proposta e del confronto. Le banche sono chiamate ad affrontare cambiamenti profondi, ma anche a mettere a disposizione competenze, dati, esperienza operativa e capacità di valutazione dei rischi. L’ABI può contribuire a far emergere le conseguenze concrete delle scelte regolamentari, a proporre soluzioni più proporzionate, a favorire il dialogo tra obiettivi pubblici e condizioni operative degli intermediari. Questo approccio è tanto più necessario quando si discute di temi, come Ia, Savings and Investments Union, cartolarizzazioni, sostenibilità e vigilanza, nei quali le decisioni prese oggi incideranno sulla struttura del mercato europeo nei prossimi anni.
L’obiettivo non è difendere rendite di posizione, ma costruire condizioni che permettano al settore bancario di continuare a svolgere la propria funzione in modo solido, innovativo e competitivo. La crescita dell’Europa richiede mercati dei capitali più profondi, ma richiede anche banche forti, capaci di finanziare imprese e famiglie, di accompagnare gli investimenti, di gestire rischi complessi e di assorbire shock. Mercato e banca non sono alternative; sono componenti complementari di un sistema finanziario che deve diventare più integrato, più efficiente e più orientato alla crescita.
La lezione che emerge dal confronto su vigilanza, rischi e redditività è che stabilità e crescita devono essere collocate nella stessa agenda. La stabilità finanziaria non è un obiettivo separato dalla competitività; al contrario, una crescita debole, un ritardo tecnologico, un sistema di finanziamento insufficiente e un eccesso di complessità regolamentare possono diventare essi stessi fattori di vulnerabilità. Allo stesso modo, la competitività non può essere perseguita indebolendo i presidi prudenziali, ma richiede regole migliori, più coordinate, più proporzionate e più capaci di sostenere investimenti e innovazione.
La Savings and Investments Union può rappresentare un passaggio decisivo se saprà unire tre dimensioni. La prima è la mobilitazione del risparmio europeo verso investimenti produttivi e di lungo periodo, con strumenti semplici, trasparenti e adatti alle caratteristiche dei diversi mercati. La seconda è la valorizzazione del ruolo delle banche come canale di trasmissione, valutazione e moltiplicazione delle risorse, in particolare per Pmi, innovazione digitale, transizione tecnologica e sostenibilità. La terza è la semplificazione regolamentare, intesa non come arretramento delle tutele, ma come rafforzamento dell’efficienza, della coerenza e della proporzionalità del quadro normativo.
Il settore bancario è cruciale per la crescita e la competitività dell’Italia e dell’Europa. Per questo occorre promuovere norme che garantiscano stabilità ma anche flessibilità, accessibilità alle risorse finanziarie e capacità di innovare. Occorre sostenere la crescita delle imprese attraverso un maggiore utilizzo di strumenti di finanza alternativi al credito
bancario, senza indebolire il ruolo del credito; favorire l’accesso alle risorse necessarie per investimenti e liquidità; potenziare il mercato dei capitali; rafforzare la collaborazione tra banche, istituzioni e stakeholder per costruire condizioni favorevoli al finanziamento dell’economia reale.
L’Europa dispone di risparmio, competenze, imprese e infrastrutture istituzionali. Deve ora dotarsi di una capacità più efficace di trasformare queste risorse in crescita, produttività e autonomia strategica. Per riuscirci, la regolazione deve diventare parte della soluzione. In un mondo più frammentato, tecnologico e volatile, la competitività europea dipenderà anche dalla capacità di costruire un quadro normativo che non si limiti a presidiare i rischi, ma aiuti a governarli, a ridurli e a trasformare l’incertezza in opportunità di investimento e sviluppo.
Contenuti dell’intervento svolto nella sessione plenaria di apertura del convegno ABI Supervision, Risks & Profitability 2026, tenutosi a Milano il 9 giugno 2026.
LUGLIO - AGOSTO 2026 - La Savings and Investments Union tra rischi geopolitici, innovazione digitale e semplificazione regolamentare di Gianfranco Torriero
3 Agosto 2026Il sito ABI utilizza tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo e per garantire la migliore esperienza di navigazione nonché la sua sicurezza ed effettuare attività di marketing attraverso terze parti. Cliccando su “Accetta” acconsentirai all’installazione di tutti i cookie diversi da quelli di tipo tecnico e su “Rifiuta” la negherai, senza pregiudicare la tua navigazione sul sito con i soli cookie tecnici. Cliccando su “Visualizza le preferenze” potrai gestire i tuoi consensi. Per avere maggiori informazioni consulta la sezione Cookie della nostra Privacy Policy.
