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Un nuovo ecosistema del credito all’agricoltura

Marco Elio Rottigni, Direttore Generale dell’ABI

1. Premessa

L’agricoltura italiana è chiamata ad affrontare una fase di profonda trasformazione. La transizione ecologica, i cambiamenti climatici, la digitalizzazione delle produzioni, l’innovazione tecnologica modificano i modelli di impresa e i fabbisogni finanziari del settore. In questo contesto, anche il rapporto tra settore bancario e agricoltura è destinato a evolvere. Il credito è sempre più una leva strategica per accompagnare gli investimenti, favorire la crescita dimensionale e rafforzare la capacità del settore ad affrontare un contesto economico, tecnologico e ambientale in trasformazione. Ciò richiede un’evoluzione non solo degli strumenti finanziari, ma anche del quadro normativo, delle metodologie di valutazione del rischio, dei flussi informativi e delle competenze disponibili. Muovendo da queste considerazioni, il presente contributo analizza i principali fattori che oggi condizionano lo sviluppo del credito all’agricoltura e propone alcune possibili direttrici di intervento, nella convinzione che una finanza più specializzata e maggiormente integrata con le caratteristiche del settore possa rappresentare uno dei principali fattori di competitività dell’agricoltura italiana. In questa prospettiva, l’articolo propone inoltre una riflessione sul possibile ruolo della Fondazione Mario Ravà quale centro di competenza e luogo stabile di confronto tra industria bancaria, imprese, professioni, istituzioni e mondo della ricerca, contribuendo alla costruzione di un nuovo ecosistema del credito a sostegno della trasformazione del settore agroalimentare.

2. Dal credito agrario al credito all’agricoltura

La relazione tra l’agricoltura e il credito ha conosciuto, negli ultimi cinquant’anni, una profonda evoluzione, che può essere ricondotta a tre distinte fasi. La prima, sviluppatasi tra gli anni Settanta e Ottanta, è caratterizzata da un quadro normativo fortemente regolato e da un rilevante intervento pubblico a sostegno del settore. Le normative speciali sul credito agrario definiscono in maniera puntuale sia le caratteristiche degli intermediari autorizzati sia gli strumenti finanziari utilizzabili. In questo contesto, l’erogazione del credito risulta prevalentemente collegata alla verifica dei requisiti formali necessari per accedere alle agevolazioni previste dalla legislazione di settore, mentre la valutazione delle condizioni economiche e finanziarie dell’impresa assume un ruolo secondario. La seconda fase prende avvio con l’entrata in vigore del Testo Unico Bancario del 1993. Il credito agrario conserva la natura di finanziamento destinato a specifiche attività produttive e mantiene alcuni istituti tipici della tradizione, quali il privilegio agrario e la cambiale agraria. La sua peculiarità, tuttavia, non è più legata all’esistenza di una particolare forma tecnica di finanziamento o alla presenza di intermediari specializzati, bensì alle caratteristiche dell’attività economica finanziata. Questo cambiamento non determina però un immediato rafforzamento del rapporto tra banche e agricoltura. Al contrario, in molti casi si sviluppa una dinamica che contribuisce ad allontanare i due mondi. Da un lato, numerosi intermediari interpretano la despecializzazione normativa come una despecializzazione operativa, riducendo le strutture dedicate al comparto agricolo e uniformando l’offerta di prodotti e servizi finanziari a quella destinata agli altri settori produttivi. Dall’altro lato, molte imprese agricole faticano a raggiungere livelli adeguati di organizzazione aziendale e di trasparenza informativa, necessari per confrontarsi con i nuovi criteri di valutazione del merito di credito introdotti dagli accordi di Basilea. A partire dalla seconda metà degli anni Duemila si apre una terza fase. Il progressivo consolidamento delle metodologie di valutazione del rischio basate sul merito creditizio, il ridimensionamento delle forme di sostegno pubblico e la crescente complessità delle sfide che interessano il settore agricolo inducono sia le banche sia le imprese a ripensare il proprio rapporto. Gli intermediari tornano a investire in competenze specialistiche e a sviluppare strutture dedicate al comparto, mentre le imprese agricole sono incentivate ad adottare modelli gestionali più evoluti, rafforzando la pianificazione economico- finanziaria e la capacità di dialogo con il settore bancario. Questa evoluzione è accompagnata anche da un significativo cambiamento culturale e lessicale. Al tradizionale concetto di «credito agrario», definito dalla normativa e caratterizzato dalla destinazione del finanziamento, si sostituisce progressivamente quello di «credito all’agricoltura». L’attenzione si sposta infatti dalle categorie giuridiche alle concrete esigenze finanziarie delle imprese agricole, che oggi comprendono in misura sempre più ampia non soltanto le attività tradizionali di coltivazione e allevamento, ma spaziano dalla trasformazione e distribuzione, all’agriturismo, fino alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Si creano così le condizioni per una nuova fase di sviluppo del rapporto tra banche e agricoltura. Perché tale evoluzione possa pienamente realizzarsi, appare tuttavia necessario un dialogo nuovo, più maturo, tra il mondo delle banche e quello delle imprese agricole con l’obiettivo di favorire forme più adeguate di comunicazione finanziaria e lo sviluppo, anche attraverso l’attualizzazione della normativa di settore, di strumenti finanziari moderni in grado di rispondere alle differenti esigenze delle aziende nelle diverse fasi del loro sviluppo.

3. L’agricoltura: un valore strategico per l’Italia su cui investire

L’agricoltura rappresenta uno dei pilastri dell’economia italiana e costituisce un settore strategico non solo per la produzione di valore economico, ma anche per la tutela del territorio, dell’ambiente e dell’identità culturale del Paese. L’Italia si colloca ai vertici dell’agricoltura europea: è il primo Paese dell’Unione europea per valore aggiunto agricolo, con circa 43 miliardi di euro1, e il quarto per valore della produzione, pari a oltre 73 miliardi di euro, preceduta soltanto da Francia, Germania e per pochissimo dalla Spagna2. Si tratta di risultati che testimoniano la capacità del sistema agricolo nazionale di valorizzare la minore superficie agricola disponibile, coniugando qualità, innovazione e forte radicamento territoriale. A conferma della straordinaria ricchezza e diversità delle produzioni nazionali, l’Italia detiene il primato mondiale per numero di prodotti a indicazione geografica riconosciuti (Dop, Igp e Stg), con oltre 892 denominazioni registrate tra prodotti agricoli e vitivinicoli. Questo patrimonio rappresenta un fattore distintivo del Made in Italy agroalimentare e contribuisce in misura significativa alla competitività delle esportazioni italiane sui mercati internazionali, rafforzando il legame tra qualità, territorio e valore economico3. Vi è tuttavia un aspetto che più di ogni altro evidenzia la centralità dell’agricoltura per il sistema economico nazionale e che spesso non riceve adeguata attenzione. Il settore primario non va considerato isolatamente, ma come il punto di partenza di un insieme di filiere produttive che coinvolgono numerosi comparti economici: dall’industria alimentare alla meccanica agricola, dai servizi logistici alla distribuzione commerciale, dalla ristorazione al turismo. Considerando l’intero ecosistema economico collegato all’agricoltura, a monte e a valle della produzione primaria, il valore generato supera i 335 miliardi di euro, pari a circa il 19% del Pil nazionale. Si tratta di una dimensione che rende l’agrifood la più importante filiera economica del Paese per contributo complessivo alla ricchezza nazionale. L’industria alimentare e delle bevande genera un valore aggiunto di circa 42 miliardi di euro, confermandosi tra i comparti manifatturieri più dinamici del Paese, con tassi di crescita dell’export particolarmente sostenuti. Tuttavia, non è scontato che l’agricoltura italiana riesca a mantenere nel tempo la posizione di leadership conquistata in Europa e il ruolo di motore dello sviluppo economico nazionale. Esistono infatti almeno due grandi aree di attenzione che meritano di essere affrontate con decisione, perché da esse dipende la competitività futura del settore e di conseguenza la possibilità per l’agricoltura di essere fattore propulsivo di esternalità positive ambientali e sociali. La prima riguarda l’andamento della produzione agricola nazionale. I dati mostrano come, negli ultimi anni, il valore aggiunto dell’agricoltura italiana abbia evidenziato segnali di diminuzione, in termini reali (-0,2% nel 2025) e relativi rispetto ai principali competitor europei. Un fenomeno che appare ancora più marcato se si analizzano esclusivamente le attività agricole in senso stretto, escludendo il contributo delle cosiddette attività secondarie, quali agriturismo e produzione di energia da fonti rinnovabili, che oggi rappresentano circa il 7% del valore complessivo del settore, un’incidenza significativamente superiore a quella registrata in Francia e Germania4. Questa dinamica, se confermata, potrebbe avere conseguenze rilevanti. Da un lato, aumenta la necessità di importare prodotti agricoli dall’estero per soddisfare la domanda interna; dall’altro, rende più difficile sostenere la crescita dell’industria alimentare italiana e il suo export. Una maggiore dipendenza dalle importazioni implica anche una maggiore esposizione a rischi. Le catene di approvvigionamento diventano infatti più vulnerabili alle tensioni geopolitiche, agli eventi climatici estremi e alle emergenze sanitarie che possono interessare i Paesi fornitori. Gli eventi degli ultimi anni dimostrano quanto rapidamente tali fattori possano incidere sulla disponibilità e sul costo delle materie prime agricole. In questo contesto, si inserisce la sfida del cambiamento climatico, destinata a incidere profondamente sulle prospettive del settore. Siccità prolungate, precipitazioni intense e concentrate, eventi alluvionali, gelate tardive e fenomeni meteorologici estremi colpiscono con particolare intensità il nostro Paese, che risulta particolarmente esposto a tali rischi sia per posizione geografica sia per caratteristiche della produzione agricola, concentrata nelle coltivazioni vegetali, maggiormente impattate da condizioni climatiche avverse. Secondo le recenti stime di Fi-compass5, la perdita media annuale per gli agricoltori, considerando solo le produzioni vegetali, dagli attuali tre miliardi di euro potrebbe arrivare a oltre cinque miliardi di euro entro il 2050, se saranno mantenuti gli attuali livelli di emissioni di CO2; con picchi fino a 20 miliardi di euro, negli anni caratterizzati da eventi meteorologici avversi particolarmente intensi. Il secondo elemento di attenzione riguarda la struttura stessa dell’agricoltura italiana. Il nostro Paese presenta infatti due caratteristiche che, se da un lato riflettono la storia e la peculiarità del modello produttivo nazionale, dall’altro rischiano di rappresentare un limite rispetto alle sfide future: la ridotta dimensione media delle aziende agricole e l’elevata età degli imprenditori. L’Italia rimane – nonostante i progressi degli ultimi anni – il Paese europeo con le aziende agricole mediamente più piccole, con una superficie coltivata di circa 11 ettari per impresa6, ed è al tempo stesso caratterizzata da una popolazione imprenditoriale particolarmente anziana: soltanto l’8% dei titolari di azienda agricola ha meno di quarant’anni7. Questi elementi incidono direttamente sulla capacità di innovazione del settore. Imprese di dimensioni ridotte, guidate da imprenditori che spesso si avvicinano all’età del pensionamento, non sempre hanno le energie e le risorse economiche, organizzative e professionali necessarie per realizzare investimenti di lungo periodo. Eppure, proprio gli investimenti rappresentano la chiave per affrontare le grandi trasformazioni che stanno interessando l’agricoltura contemporanea. La digitalizzazione dei processi produttivi, l’adozione di tecnologie di precisione, il miglioramento della sostenibilità ambientale, la gestione dei rischi climatici e la transizione verso colture più sostenibili, il rafforzamento dell’integrazione con l’industria alimentare, l’evoluzione delle preferenze dei consumatori verso prodotti bio o comunque con un grado di qualità più elevata, e non ultimo la crescente complessità del rapporto con il settore bancario richiedono competenze, capacità manageriali e visione strategica sempre più avanzate. La sfida è quindi duplice: aumentare la capacità produttiva e la resilienza dell’agricoltura italiana e, allo stesso tempo, favorire un processo di modernizzazione e rafforzamento delle imprese agricole. Solo così sarà possibile preservare nel lungo periodo il ruolo centrale che l’agricoltura svolge nell’economia nazionale e trasformare le sfide dei prossimi anni in nuove opportunità di crescita e sviluppo.

4. Banche e imprese agricole: verso un rapporto più evoluto

Di fronte alle sfide evidenziate nel paragrafo precedente, il tema degli investimenti assume un’importanza decisiva. Il settore bancario può svolgere un ruolo centrale, accompagnando gli imprenditori agricoli nei processi di crescita dimensionale, nelle operazioni di aggregazione, nel passaggio generazionale e negli investimenti necessari per l’innovazione tecnologica, la sostenibilità e l’evoluzione dei modelli produttivi. E questo anche grazie al significativo rafforzamento patrimoniale realizzato negli ultimi anni, che ha accresciuto la capacità degli intermediari di sostenere attraverso servizi finanziari più evoluti l’economia reale. L’impegno delle banche nei confronti del comparto agricolo è già oggi rilevante. I finanziamenti alle imprese agricole ammontano a circa 39 miliardi di euro8, pari al 5,7% del totale dei crediti concessi alle imprese italiane. Si tratta di un’incidenza particolarmente significativa se confrontata con il contributo diretto dell’agricoltura al Pil nazionale, pari a circa il 2,3%9. È inoltre interessante osservare come la stessa percentuale sia rimasta sostanzialmente stabile nel tempo: nei primi anni Novanta il credito all’agricoltura rappresentava infatti il 5,1% dei finanziamenti alle imprese, nonostante il settore primario contribuisse allora per circa il 3,8% al valore aggiunto nazionale. L’industria bancaria ha dunque continuato ad assicurare al comparto agricolo un sostegno finanziario proporzionalmente elevato rispetto al suo peso nell’economia. Le analisi di Ismea confermano che il mercato del credito è caratterizzato da un sostanziale equilibrio tra domanda e offerta. Il principale elemento di criticità riguarda piuttosto la debolezza della domanda di credito, riconducibile alle caratteristiche strutturali del comparto, che si traduce in una limitata propensione delle imprese a realizzare gli investimenti attraverso la leva finanziaria10. In questo contesto, assume particolare importanza lo sviluppo di servizi di consulenza e accompagnamento alle imprese, in grado di individuare i fabbisogni di investimento richiesti dal nuovo scenario competitivo, valutarne la sostenibilità economica e orientare le scelte imprenditoriali anche nella selezione degli strumenti di finanziamento più adeguati. In prospettiva, infatti, l’autofinanziamento e i contributi pubblici, pur destinati a mantenere un ruolo importante, difficilmente saranno sufficienti a sostenere i crescenti fabbisogni di investimento del settore. Parallelamente, la domanda di credito potrà essere favorita attraverso una maggiore specializzazione degli strumenti finanziari, affinché tengano maggiormente conto delle peculiarità dell’attività agricola, caratterizzata da cicli produttivi lunghi, da una significativa esposizione ai rischi climatici e biologici e dall’ampia disponibilità di garanzie strettamente connesse ai processi produttivi. In questa prospettiva appare opportuno avviare una revisione della residua disciplina speciale del credito agrario, conservata dal Testo Unico Bancario del 1993. Tale disciplina ha svolto un ruolo importante nello sviluppo del settore, ma è stata concepita in un contesto economico, produttivo e regolamentare profondamente diverso da quello attuale. Alcuni istituti della tradizione, anziché agevolare l’accesso al credito, rischiano oggi di determinare complessità operative e costi aggiuntivi. Il Testo Unico Bancario ha infatti mantenuto strumenti storici quali il privilegio agrario e la cambiale agraria. L’evoluzione della regolamentazione prudenziale conseguente all’introduzione delle regole di Basilea, unitamente ai processi di digitalizzazione, ne ha tuttavia progressivamente ridotto l’efficacia e la capacità di migliorare le condizioni di finanziamento delle imprese. Considerazioni analoghe riguardano la garanzia sussidiaria di Ismea11 che, pur continuando a rappresentare uno strumento di sostegno al settore, non è riconosciuta dalla disciplina prudenziale come tecnica di mitigazione del rischio di credito. Di conseguenza, i finanziamenti assistiti da tale garanzia non beneficiano di una riduzione dei requisiti patrimoniali a carico delle banche e, di conseguenza, anche il vantaggio per le imprese è molto limitato in termini di condizioni di accesso al credito. L’evoluzione della disciplina speciale sul credito agrario dovrebbe essere accompagnata anche dalla realizzazione di nuovi strumenti informativi per l’analisi del merito creditizio delle imprese. Valorizzando e integrando le informazioni per la maggior parte già disponibili sui database pubblici esistenti (quali il Sian, la Borsa Merci, Agea e altri archivi settoriali) sarebbe possibile offrire agli intermediari finanziari una visione più tempestiva e approfondita della situazione economica e produttiva delle aziende, dei flussi di reddito generati, nonché degli asset disponibili a garanzia delle operazioni di finanziamento. Una rinnovata attenzione alle modalità di finanziamento dell’agricoltura e il relativo investimento di risorse professionali ed economiche sarebbe pienamente coerente con il ruolo strategico del settore per il Paese. Una specifica riflessione merita la disciplina prudenziale europea. Essa tende infatti a valutare il finanziamento delle imprese agricole attraverso categorie e metodologie elaborate per altri comparti produttivi, senza valorizzare adeguatamente le specifiche caratteristiche economiche dell’attività agricola e le particolari forme di garanzia che essa è in grado di offrire. Ne consegue che ai finanziamenti destinati al settore si applicano requisiti patrimoniali sostanzialmente analoghi a quelli previsti per altri comparti, nonostante il credito agrario sembrerebbe presentare storicamente tassi di perdita più contenuti e un grado di copertura delle esposizioni generalmente più elevato. Su questo fronte si apre un’importante opportunità. L’articolo 505 del Regolamento (Ue) 2024/1623 (Crr3)12 ha affidato all’Autorità Bancaria Europea (Eba) il compito di valutare l’introduzione di un trattamento prudenziale specifico per le esposizioni verso le imprese agricole. Si tratta di un’occasione significativa per verificare, sulla base di evidenze empiriche, se l’attuale quadro regolamentare rifletta adeguatamente il profilo di rischio del settore e se vi siano i presupposti per una disciplina più aderente alle peculiarità economiche e finanziarie dell’agricoltura. L’evoluzione del quadro normativo e degli strumenti finanziari, pur necessaria, non sarebbe tuttavia sufficiente a sostenere un più efficace sviluppo del credito all’agricoltura. Un ulteriore fattore decisivo riguarda infatti la qualità delle informazioni che le imprese sono in grado di mettere a di sposizione degli intermediari finanziari. L’evoluzione della regolamentazione europea e delle metodologie di valutazione del rischio richiede oggi non solo una conoscenza dei dati statici dell’impresa, ma una visione sempre più approfondita delle prospettive economiche e finanziarie delle imprese. Alle tradizionali informazioni di natura patrimoniale e reddituale si affianca la crescente esigenza di disporre di business plan, proiezioni economico finanziarie e analisi prospettiche che consentano di valutare la sostenibilità degli investimenti e la capacità dell’impresa di generare reddito nel medio-lungo periodo. A questa dimensione si aggiunge quella, sempre più rilevante, dei rischi climatici e ambientali. Le imprese agricole sono tra le più esposte sia ai rischi fisici derivanti dagli eventi meteorologici estremi, sia ai rischi di transizione connessi all’evoluzione della normativa ambientale, delle tecnologie produttive e delle preferenze dei consumatori. La disponibilità di informazioni affidabili sulla capacità delle aziende di prevenire, gestire e mitigare tali rischi diventerà pertanto un elemento sempre più importante nella valutazione del merito creditizio.

5. Una piattaforma di sistema per lo sviluppo del credito all’agricoltura

Il credito non può più essere considerato soltanto uno strumento finanziario destinato a sostenere l’attività corrente delle imprese agricole. Esso rappresenta sempre più una leva strategica per orientare gli investimenti, favorire l’innovazione, sostenere la resilienza climatica e accompagnare l’evoluzione strutturale del settore. Proprio per questa ragione, le sfide che ne condizionano lo sviluppo non possono essere affrontate efficacemente dalle singole banche, dalle imprese o dalle rispettive rappresentanze se operano in modo isolato. Esse richiedono una visione sistemica, un confronto permanente tra tutti gli attori coinvolti e la capacità di trasformare le analisi in proposte operative. Da questa esigenza nasce l’opportunità di disporre di un organismo stabile di osservazione, ricerca e progettazione, capace di promuovere il dialogo tra il settore bancario, il mondo agricolo, le istituzioni, la ricerca e le professioni, contribuendo all’elaborazione di strumenti, soluzioni e politiche per lo sviluppo del credito all’agricoltura. In questa prospettiva, la Fondazione Mario Ravà rappresenta il naturale punto di partenza. Costituita nel 1958 per iniziativa dell’Associazione Nazionale fra gli Istituti di Credito Agrario – successivamente confluita nell’ABI –, del Consiglio Nazionale degli Ordini dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali (Conaf) e della Federazione Italiana dei Dottori in Agraria e Forestali (Fidaf), la Fondazione ha rappresentato per oltre sessant’anni un luogo di incontro tra cultura bancaria e competenze tecnico-agronomiche. La sua storia, il patrimonio di conoscenze accumulato e l’autorevolezza dei soggetti promotori ne fanno il contesto ideale per la realizzazione di un moderno centro di competenza sul credito agrario. Per perseguire efficacemente questa ambizione, appare tuttavia necessario evolverne l’assetto organizzativo e giuridico, adottando una configurazione più funzionale all’aggregazione di nuovi soggetti e al perseguimento di una missione più ampia e sfidante. In particolare, il modello della fondazione di partecipazione potrebbe offrire lo strumento più idoneo per coniugare continuità con la tradizione e apertura verso nuove energie e competenze. L’obiettivo è dare vita a un organismo altamente specializzato, capace di riunire tutti i soggetti che, a diverso titolo, hanno un ruolo o un interesse nello sviluppo del credito all’agricoltura e all’intera filiera agroalimentare: associazioni di rappresentanza delle imprese, intermediari finanziari, professionisti, università, centri di ricerca, istituzioni pubbliche e organismi di garanzia. In questo percorso, il ruolo dei soci fondatori dovrà continuare a essere essenziale per preservare la storia, i valori e l’ispirazione originaria della Fondazione Ravà. Allo stesso tempo, sarà fondamentale il coinvolgimento delle principali associazioni di rappresentanza del mondo agricolo nella governance dell’ente e delle banche maggiormente impegnate nel credito all’agricoltura nello sviluppo delle attività tecniche e progettuali. Una struttura di questo tipo potrebbe favorire il dialogo tra operatori economici e finanziari, promuovere attività di studio e ricerca, elaborare proposte tecniche e normative, diffondere le migliori pratiche nazionali e internazionali e contribuire alla crescita della cultura finanziaria e manageriale delle imprese agricole. Potrebbe inoltre rappresentare un interlocutore qualificato per le istituzioni nazionali ed europee sui temi dell’accesso al credito, in ragione del suo status di Ente del Terzo Settore (Ets), che garantisce trasparenza e impegno sociale. La configurazione di Ets consentirebbe inoltre alla Fondazione di essere avvantaggiata nell’accesso a programmi e risorse nazionali ed europee, con la possibilità di trasformare proposte in progetti e iniziative concrete.

6. Conclusioni

L’agricoltura italiana è chiamata ad affrontare una trasformazione profonda, destinata a modificare i modelli produttivi, i fabbisogni di investimento e il rapporto stesso tra imprese e settore finanziario. In questo scenario, anche il credito è chiamato a evolvere, superando una funzione prevalentemente finanziaria per diventare uno strumento di accompagnamento allo sviluppo, all’innovazione e alla sostenibilità del settore. Perché ciò possa realizzarsi, occorre costruire un nuovo ecosistema del credito all’agricoltura, fondato su regole coerenti con le specificità del comparto, strumenti finanziari più specializzati, informazioni di qualità, competenze interdisciplinari e una collaborazione stabile tra tutti i soggetti coinvolti. In questa prospettiva, la costituzione di una vera e propria «Casa del Credito all’Agricoltura», facendo leva sull’esperienza e sul patrimonio di competenze della Fondazione Mario Ravà, potrebbe rappresentare un importante fattore abilitante di questo processo. Un luogo permanente di confronto, ricerca, formazione e progettazione, capace di mettere in rete istituzioni, settore bancario, imprese, professioni e mondo della ricerca, favorendo lo sviluppo di soluzioni condivise e innovative. In una fase nella quale l’agroalimentare rappresenta sempre più un settore strategico per il Paese, investire nella costruzione di questa infrastruttura significherebbe investire nella capacità dell’Italia di accompagnare con strumenti adeguati una delle trasformazioni economiche più importanti dei prossimi anni.

Note

Desidero ringraziare il dott. Raffaele Rinaldi dell’ABI per il prezioso contributo.

1 16,9% del valore aggiunto agricolo dell’intera Ue.

2 Istat (2026), Conti economici dell’agricoltura – Anno 2025, Statistiche Report, 12 giugno 2026. Ai fini del confronto europeo i valori espressi riguardano esclusivamente l’agricoltura. Per l’Italia, considerando la silvicultura e la pesca, il valore aggiunto e la produzione salgono rispettivamente a circa 47 e 81 miliardi di euro

3 Ismea, Fondazione Qualivita (2025), Rapporto Ismea-Qualivita 2025 sulle produzioni agroalimentari e vitivinicole italiane Dop, Igp e Stg.

4 Istat, Conti economici dell’agricoltura – Anno 2025, Statistiche Report, 12 giugno 2026.

5 Fi-Compass, Insurance and Risk Management Tools for Agriculture in the Eu, 2025.

6 Istat, 7° Censimento generale dell’agricoltura – Risultati definitivi (banca dati Istat- Data e tavole statistiche), pubblicati nel 2024. Per un confronto, la Superficie Agricola Utilizzata in Francia è 60 ettari e in Germania 65 ettari.

7 Istat (2022), 7° Censimento generale dell’agricoltura.

8 Il dato è al lordo delle operazioni di cartolarizzazione che riducono la consistenza dei crediti in portafoglio.

9 Dati Banca d’Italia relativi al 31 dicembre 2025.

10 Ismea, Rapporto AgriMercati 2025.

11 La garanzia sussidiaria opera in via automatica e obbligatoria a fronte di finanziamenti erogati ai sensi dell’art. 43 del Tub, destinati alle attività agricole e zootecniche nonché a quelle a esse connesse, previste dall’art. 2135 del c.c. Lo strumento era originariamente previsto dal Tub. Ora è disciplinato all’interno del decreto Legislativo n. 102/2004.

12 Regolamento (Ue) 2024/1623 del Parlamento europeo e del Consiglio del 31 maggio 2024, che modifica il regolamento (Ue) n. 575/2013 per quanto riguarda i requisiti per il rischio di credito, il rischio di aggiustamento della valutazione del credito, il rischio operativo, il rischio di mercato e l’output floor, Guue L 2024/1623 del 19 giugno 2024.

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