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Un ricordo di Piero Barucci

Pier Carlo Padoan, Presidente di UniCredit

Il mio primo «incontro intellettuale» con Piero Barucci risale alla sua esperienza come Ministro del Tesoro, nei governi di Amato e Ciampi in anni a dir poco difficili per l’economia italiana, a cavallo degli anni Ottanta e Novanta. A questi seguiranno gli anni della convergenza verso l’unione monetaria in un contesto di elevata instabilità e turbolenza sui mercati finanziari. Sono, anche, gli anni della crisi della lira in un contesto di liberalizzazione dei mercati finanziari. Improvvisamente il paese si ritrovò piu povero e apparentemente senza una rotta certa da imboccare. Il Governo e il Ministro del Tesoro evitarono che la crisi diventasse insostenibile. Sono anche anni in cui l’Europa «batte un colpo» scegliendo la trasformazione istituzionale – il lancio dell’unione monetaria – come via di uscita dalla crisi. È una scelta dell’Europa in cui si inserisce la scelta dell’Italia. Sarebbero seguiti altri anni, altrettanto difficili ma condotti con una strategia chiara, che si sarebbero conclusi con il definitvo passaggio all’euro. Rivolgendo oggi lo sguardo a quel periodo emerge con chiarezza il valore dell’esperienza di Piero Barucci nelle posizioni apicali di Presidente dell’ABI e di membro dell’Autorità garante della concorrenza oltreché di Ministro: posizioni la cui esperienza sarebbe stata preziosa in una lunga fase di trasformazione istituzionale Ho apprezzato in quegli anni un aspetto della sua attività come Ministro che poi avrei ritrovato direttamente. La capacità di trovare una sintesi efficace tra aspetti di economia, finanza, legislazione, amministrazione e scelte politiche. Solo una capacita di sintesi ad alto livello permette di portare a termine il percorso che parte dal lancio di una iniziativa legislativa e che dovrebbe finire con l’approvazione di un testo normativo auspicabilmente efficace e tempestivo. Ho poi reincontrato Piero e interagito con lui negli ultimi due anni, impegnato nella conclusione del secondo volume della storia di UniCredit, scritto assieme a Francesco Giordano. La narrazione ha coperto un periodo di aggiustamento e trasformazione istituzionale che si è concluso con il passaggio alla moneta unica. In questo secondo periodo i temi rilevanti sono quelli che hanno a che fare, tra gli altri, con il processo di consolidamento e privatizzazione del settore bancario. Il lascito intellettuale di Piero Barucci è di una almeno duplice dimensione. Come studioso e come uomo delle istituzioni. D’altra parte, come detto, la storia dei sistemi finanziari di cui lui si è occupato richiede sempre un mix di diverse discipline, economia e finanza naturalmente, ma anche istituzioni, quadro internazionale, storia politica E non ci sono occasioni piu nitide nel mostrare la rilevanza di tale mix che i momenti di crisi. Cruciale in questo caso, ma non solo, l’abilità dello scrittore nel dosare i diversi fattori. Mai un singolo fattore può bastare. L’abilità consiste nel trovare il giusto dosaggio. Un esempio dell’abilità di Piero Barucci nel comporre i dosaggi si ritrova nei suoi scritti relativi alla crisi economica e finanziaria del 1992, quando era Ministro del Tesoro. Rileggendoli oggi è sorprendente la similitudine del susseguirsi delle vicende, i fattori in gioco tra il 1992 e quella che è passata alla storia come la grande crisi finanziaria della prima metà del decennio trascorso pur nella profonda diversità degli aspetti istituzionali: il sistema monetario europeo e l’unione monetaria. Oggi i sistemi finanziari stanno attraversando fasi di crisi multiple, tecnologiche, ambientali, geopolitiche. Piero Barucci avrebbe potuto dare contributi rilevanti sia dal punto di vista della loro comprensione che dal lato delle misure necessarie per affrontarle.

Piero Barucci, Presidente dell’ABI (1987-1991)

Pier Francesco Asso, Università di Palermo

Il 26 febbraio 2026 è mancato Piero Barucci, Presidente onorario dell’ABI. Con questo articolo si ricostruiscono alcuni aspetti che hanno caratterizzato la vita dell’Associazione negli anni della sua presidenza, nei quali l’ABI progressivamente incrementò la missione diretta a generare servizi a vantaggio delle associate che svolgessero una funzione di «beni pubblici» in grado di aumentare mediamente l’efficienza, la competitività e l’attrattività dell’intero settore bancario. Questo sforzo di maturazione e di crescita, di superamento definitivo di un «mondo di ieri» basato sulla centralità ma anche sulla protezione e sullo sfruttamento di rendite ampiamente godute dal settore bancario, fu difeso costantemente da Barucci.

1. La nomina

Storico, economista, professore presso le Università di Siena e poi di Firenze, instancabile promotore di progetti di ricerca di grande impatto, Piero Barucci si era avvicinato al mondo bancario negli anni Settanta come consulente della Banca Toscana. È a partire da questa esperienza che maturò la sua nomina alla guida del Monte dei Paschi nel maggio del 1983. Essa avvenne a seguito di un processo di rinnovamento dei quadri dirigenziali delle principali banche e imprese pubbliche con l’inserimento di uomini appartenenti a una generazione più giovane ed esterni all’apparato delle partecipazioni statali. L’accesa campagna sulla «questione morale» e la scoperta nelle liste della loggia massonica P2 di numerosi personaggi appartenenti ai livelli più alti del mondo del credito e dell’economia pubblica, furono due elementi fondamentali che favorirono la designazione di Barucci al vertice del Monte. All’inizio degli anni Ottanta, il Monte era fra i più prestigiosi e solidi istituti di credito del Paese ma anche fra quelli più potenzialmente compromessi con le oscure trame intessute dal maestro venerabile di Castiglion Fibocchi. Alla guida del Monte dei Paschi, il professore fiorentino mostrò, sin dai primi momenti, grande dinamismo, visione strategica ed elevate capacità gestionali e organizzative. Qualità che gli permisero di rilanciare l’immagine e l’azione di un istituto bancario in buona salute, con una notevole dotazione di patrimonio libero, ma ancora fortemente ancorato alla provincia di Siena e ad alcune regioni del Centro Italia. La presidenza Barucci coincise con una decisa accelerazione dei processi di diversificazione operativa e territoriale, che spinsero il Monte, per la prima volta nella sua storia, a espandere le proprie attività verso i mercati finanziari e dei prodotti innovativi e la costruzione di un gruppo di respiro nazionale e internazionale. L’investimento nei servizi e nella ricerca scientifica e la valorizzazione del grande patrimonio di beni culturali presenti nel territorio di origine furono i principali asset verso cui si indirizzarono le risorse del Monte a beneficio della collettività, contribuendo a realizzare progetti che ancora oggi rappresentano importanti poli di sviluppo dell’economia senese (Asso e Nerozzi, 2016, pp. 283 e ss.). Queste doti di dinamismo, visione e lungimiranza di Barucci ebbero modo di manifestarsi ampiamente sin dalla sua prima partecipazione ai lavori del Comitato Esecutivo dell’ABI di cui fu membro fra il 1983 e il 1987. In questa fase iniziale di impegno in ABI, insieme ad altri banchieri di recente nomina come Nerio Nesi (Bnl) e Gianni Zandano (Istituto San Paolo di Torino), Barucci fu protagonista di iniziative e proposte dirette a rendere più flessibile la politica dei tassi e delle condizioni bancarie, a rafforzare le conoscenze della base associativa sulle principali innovazioni finanziarie, a favorire la partecipazione delle banche italiane al percorso d’integrazione europea. Ecco dunque che, nel giugno del 1987, Barucci divenne il principale candidato alla sostituzione di Giannino Parravicini, nonostante egli condividesse con il professore varesino la comune appartenenza alla categoria degli «istituti di credito di diritto pubblico ». Sebbene Parravicini si fosse candidato per un terzo mandato, Barucci ricevette l’unanimità dei consensi del Comitato Esecutivo come suo successore al vertice dell’Associazione di Piazza del Gesù (Asso e Nerozzi, 2009, pp. 415 e ss.).

2. La controversa eredità della presidenza Parravicini

La fine della presidenza Parravicini era coincisa con il lusinghiero successo del varo del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Il progetto del Fondo aveva lungamente impegnato i vertici e le strutture dell’ABI per oltre un decennio, a seguito delle gravi crisi bancarie che si erano verificate dopo la caduta del sistema di Bretton Woods e lo scoppio del primo shock petrolifero. I crolli delle banche di Sindona nel 1974 e del Banco Ambrosiano nel 1982 avevano alimentato i timori di una nuova, grave stagione di instabilità bancaria, foriera di devastanti effetti sistemici e di ingenti costi a carico di un bilancio pubblico sempre più dissestato. Ecco che la costituzione di un Fondo, avviato e gestito con il contributo volontario del settore bancario e sotto la regia dell’ABI, appariva un passaggio necessario per arricchire gli strumenti a disposizione delle Autorità per la risoluzione di crisi future. Il Fondo rispondeva anche a una esigenza di rilancio dell’immagine di un settore che era stato spesso al centro di critiche provenienti da più fronti per la sua scarsa trasparenza e le eccessive rendite di posizione. Indubbiamente, dar vita a un Fondo finanziato interamente dal settore con lo scopo di tamponare crisi e pericolosi «effetti contagio» rappresentava una rinnovata espressione di quei principi di coesione interna e di solidarietà che, per tutto il dopoguerra, avevano rappresentato la caratteristica distintiva dell’ABI di Stefano Siglienti. Tuttavia, su altri fronti essenziali per la crescita e la modernizzazione del settore bancario, i risultati ottenuti dall’ABI non erano stati altrettanto positivi. Infatti, nel quadriennio della presidenza Parravicini, l’Associazione si era spesso collocata su posizioni di resistenza e di sostanziale retroguardia. Ciò avvenne anche in occasione di progetti che si trovavano al centro della discussione politica e dell’azione riformatrice portata avanti, con gradualità ma con ferma determinazione, dalla Banca d’Italia di Carlo Azeglio Ciampi. Fra di essi, ne emergevano quattro particolarmente rilevanti: la riforma dell’ordinamento bancario, avviata con la pubblicazione del «libro bianco» della Banca d’Italia (1981) e del «rapporto Andreatta» elaborato da Mario Monti, Francesco Cesarini e Carlo Scognamiglio (1982); la tendenza, ormai inevitabile, verso la despecializzazione di un settore che era ancora anacronisticamente segmentato in categorie e circuiti creditizi poco collegati e soprattutto poco permeabili alla concorrenza e alle relazioni di mercato; la diffusione di una cultura bancaria più moderna e imprenditoriale che rafforzasse le strategie di gestione e di commercializzazione dei prodotti e dei servizi offerti dalle banche; per giungere, infine, alla questione, sempre più scottante, degli inadeguati livelli di «trasparenza bancaria» nei confronti di una clientela sempre più attenta a voler definire condizioni contrattuali certe e maggiormente rispettose delle libere scelte e degli orientamenti dei risparmiatori. Su quest’ultimo tema, le numerose iniziative, anche trasversali, presentate in Parlamento e rivendicate dalla società civile erano state accolte dall’ABI con una certa freddezza e una scarsa disponibilità al cambiamento (Asso e Nerozzi, 2009, pp. 343 e ss.). In definitiva, per accrescere i valori dell’efficienza e della competitività e per irrobustire l’immagine di un settore che i turbolenti eventi degli anni Settanta avevano fortemente contribuito a offuscare, le tradizionali funzioni dell’ABI fondate sulla rappresentanza e sulla tutela degli interessi settoriali non sembravano più sufficienti ma rischiavano di produrre effetti controproducenti. Esse dovevano arricchirsi e svilupparsi in altre e più ambiziose direzioni, maggiormente orientate alla produzione di servizi collettivi e di iniziative utili alla concreta modernizzazione del sistema. Era, infatti, anche e soprattutto in questi ambiti che il mondo delle banche doveva procedere a un ringiovanimento e a una rivitalizzazione dei quadri dirigenziali, della loro provenienza, della loro formazione culturale e professionale. E l’ABI, in questo, non faceva certo eccezione.

3. La foresta in movimento

La storia dell’ABI negli anni della presidenza di Barucci (1987-1991) si sovrappone, dunque, a un periodo di cambiamenti epocali che attraversarono il settore bancario italiano nelle sue varie componenti e attività. Il principale centro propulsore del cambiamento fu, all’interno, la Banca d’Italia; mentre, all’esterno, importanti impulsi provennero dal Comitato di Basilea e dalla Commissione europea. Sul piano operativo, le principali innovazioni interessarono i mercati finanziari e quelli valutari; i sistemi e le tecniche di pagamento; la diversificazione operativa con la crescita del parabancario e dell’offerta di servizi anche in attività che, tradizionalmente, erano state precluse alle banche quali, ad esempio, i prodotti assicurativi. Tutti questi ambiti erano poi subordinati all’elaborazione di complessi progetti di riforma istituzionale che intendevano modificare, in senso «privatistico », le fondamenta gettate dalla legge bancaria del 1936, coinvolgendo le diverse categorie di banche che componevano il settore. Infine, come già era accaduto con il telegrafo in occasione dello scoppio della prima fase di globalizzazione di fine Ottocento, il progresso tecnologico che accelerò con eccezionale e imprevista rapidità la trasmissione delle informazioni e delle conoscenze fornì un contributo decisivo e per molti aspetti traumatico alla inevitabile diffusione dei nuovi processi operativi (su questi temi, si rinvia a Ciocca, 2000; Onado, 2004, 2022; Giordano, 2007). Di fronte a queste sfide di cambiamento e di trasformazione, le banche italiane si trovarono relativamente impreparate e poco propense a operare in condizioni di mercato; poco disposte a favorire una più vivace concorrenza su base nazionale e, in prospettiva, internazionale. Ancora alla metà degli anni Ottanta, all’interno del settore bancario italiano prevalevano sentimenti di diffidenza, se non di vera e propria contrapposizione, nei confronti dei valori della concorrenza e del libero mercato o della definizione di condizioni più trasparenti sui prodotti e sui servizi offerti alla clientela. Le iniziative portate avanti in sede europea erano guardate con sospetto e frequentemente contrastate nei loro principi fondamentali; fra di essi, sin dalle loro prime formulazioni nelle direttive europee approvate nella seconda metà degli anni Settanta, il settore bancario italiano si oppose alla rimozione degli accordi interbancari, al principio del «mutuo riconoscimento» o alla nuova disciplina sui «grandi fidi». Soprattutto si temeva che il mutuo riconoscimento avrebbe favorito l’ingresso nel nostro Paese di istituti più forti, più innovativi e meno oppressi dai vincoli operativi e amministrativi che, invece, influivano non poco sui costi della raccolta, sulla pressione fiscale, sulle scelte di portafoglio delle banche italiane. Nel determinare questo spirito di resistenza incideva il peso dominante della proprietà pubblica, anche per le insormontabili difficoltà, sia sul piano giuridico che su quello politico, di innalzare i livelli di capitalizzazione patrimoniale e di crescita dimensionale degli istituti che consentisse loro di ac quisire le economie di scala e di scopo che si stavano creando con l’ampliamento dei mercati. Al tempo stesso, erano ancora diffusi, ricorrenti e stringenti i vincoli e gli strumenti amministrativi che, fermamente ancorati al principio della difesa del «pubblico interesse», condizionavano l’operatività delle banche italiane e limitavano le loro potenzialità di azione e di crescita. Come contropartita di questa subordinazione alle priorità che, di volta in volta, venivano imposte dai superiori interessi nazionali, il sistema poteva ancora vantare livelli di redditività sufficientemente elevati grazie ai numerosi fattori di protezione e di privilegio che andavano a beneficio dell’«Italia delle banche» e che, con pochi sforzi, si riflettevano positivamente nel mantenimento di elevati margini di intermediazione. In questo contesto, l’ABI di Barucci scelse di fare la sua parte per sostenere il cambiamento e affiancare l’azione delle Autorità nazionali e internazionali per definire e realizzare, senza ulteriori ritardi, questo ambizioso disegno di modernizzazione. La tutela degli interessi delle associate non avvenne dunque attraverso una resistenza al cambiamento ma cercando di partecipare attivamente ai processi, per adeguare le banche italiane al nuovo scenario che si andava configurando e, in una certa misura, per orientarne gli esiti. Sin dalla sua prima Relazione, letta a Palazzo Altieri nel giugno 1988, Barucci non nascose le difficoltà di queste grandi sfide che il settore bancario si trovava a fronteggiare. Occorreva, tuttavia, insistere sull’importanza di non combattere battaglie di retroguardia ma valorizzare principi, «parole chiave», che tradizionalmente non appartenevano alla storia bancaria italiana e su cui, in precedenza, la stessa ABI si era scontrata, finendo per essere spesso incapace di trovare una sintesi fra le varie anime e le numerose categorie che componevano la propria base associativa. «Europa», «mercato», «efficienza», «innovazioni finanziarie», «banca come impresa », «trasparenza» furono le principali categorie che guidarono l’opera di Barucci e caratterizzarono la sua presidenza. Esse compaiono con frequente ricorrenza nelle quattro Reports (1988-1991) che portano la sua firma come Presidente dell’ABI (ABI, 1993; Barucci 2022). L’ABI venne dunque schierata apertamente da Barucci a fianco della Banca d’Italia di Ciampi nella costruzione di condizioni maggiormente orientate alla concorrenza, all’innovazione, al progresso tecnico del settore. Con la consueta efficacia stilistica della sua prosa chiara e diretta, Barucci lo precisò: «si tratta di processi di cui si può solo discutere il ritmo e l’ampiezza, non la direzione, e che le banche italiane considerano come un dato nella definizione delle rispettive strategie» (Barucci 2022, pp. 19-20, si cita dalla Relazione per il 1988). Per questo occorreva «organizzar[si] per affrontare adeguatamente la concorrenza internazionale, che chiediamo possa compiutamente realizzarsi. Sappiamo cosa significhi e non ostentiamo sicurezza alcuna; ammettiamo apertamente di temerla, ma siamo anche consapevoli che essa sarà l’humus ove dovremo vivere e sappiamo che sta a noi adattarsi. C’è da trasformare i timori in decisioni che ci facciano forti» (Barucci 2022, pp. 54-55, si cita dalla Relazione per il 1989). Numerosi furono i processi che, nel giro di pochi anni, ebbero impatti significativi sulle scelte dei risparmiatori, sull’offerta di servizi innovativi, sull’immagine del settore bancario. È sufficiente qui ricordare i contributi offerti dall’ABI nella realizzazione di un mercato telematico dei titoli di Stato (1988), nella costruzione delle reti Pos e Bancomat (1989-1990), nella riforma del mercato interbancario dei depositi (Mid, 1990). Risultati raggiunti anche grazie alla fruttuosa collaborazione con la Banca d’Italia con cui ABI partecipò alla costituzione della Società Italiana per l’Automazione (Sia). Al tempo stesso, seppure l’ABI fu apertamente schierata per sostenere il percorso indicato dalla Banca d’Italia, non mancarono momenti di forte critica e di tensione. Come quando, nel settembre 1987, un po’ a sorpresa – «a intermittenza », come osservò Barucci sulla stampa (Intervista a Repubblica, 15 settembre 1987, citata da Asso e Nerozzi, 2009, p. 447) – la banca centrale scelse di reintrodurre i massimali sugli impieghi delle banche. Per un settore ormai impegnato in una complessa opera di trasformazione, i massimali rappresentavano, ancor più di prima, uno strumento iniquo che alimentava «l’incertezza negli orizzonti» e provocava forti distorsioni nelle strategie gestionali delle banche. Una misura che non discriminava e che non agevolava la formazione «di un atteggiamento imprenditoriale in chi governa una banca. Non riesco a levarmi dalla testa l’idea che per le aziende bancarie italiane c’è sempre una condizione di sovranità in qualche modo limitata. In questo modo è più difficile battere la concorrenza delle banche europee. Abbiamo avuto mesi molto belli in cui ci siamo avvicinati tanto all’Europa. Ora si torna indietro» (Intervista a Repubblica, 15 settembre 1987, citata da Asso e Nerozzi, 2009, p. 447).

4. La legge Amato e l’ABI

Quando cominciò a prendere forma il progetto di riforma bancaria che sarebbe poi stato definito dalla legge Amato, i contributi dell’ABI di Barucci furono propositivi e consentirono di creare un clima che agevolò la trasformazione delle banche pubbliche, la creazione delle fondazioni, l’apertura di un processo di concentrazioni che si sarebbe realizzato nel corso del decennio. Un crescente scetticismo venne invece manifestato da ABI nei confronti del modello di «gruppo polifunzionale», che pure stava al centro delle proposte elaborate dalla Banca d’Italia, mentre maggior favore fu diretto a sostegno della banca universale e poi, appunto, della r iforma Amato. Quest’ultima venne ritenuta dall’ABI un passaggio tecnicamente necessario per ricapitalizzare e riformare le banche pubbliche ma anche un’importante occasione politica per favorire il riassetto del settore rafforzandone la natura imprenditoriale e privatistica. L’ABI si espresse positivamente a sostegno di un aumento del grado di concentrazione e capitalizzazione delle banche italiane attraverso processi di fusione e di concentrazione che coinvolgessero banche appartenenti a diverse categorie. In questo Barucci seppe raccogliere una forte apertura di credito da parte della Banca d’Italia. Nelle Considerazioni finali per il 1987, lette nel maggio 1988, il Governatore Ciampi aveva espressamente menzionato il ruolo dell’ABI, legittimando l’Associazione come sede e interlocutore naturale per affrontare e risolvere i problemi del sistema: «Il più elevato livello di concorrenza che caratterizza ormai i mercati bancari non deve impedire di ricercare i momenti di cooperazione necessari per risolvere problemi che investono l’intero sistema. In alcuni campi, quali la ridefinizione delle forme della raccolta, una fase di cooperazione può essere necessaria affinché la concorrenza possa esplicarsi con maggiore efficacia. Gli organismi rappresentativi del sistema e in primo luogo l’Associazione Bancaria Italiana costituiscono la sede naturale di discussione di questi problemi; di individuazione delle soluzioni per le infrastrutture; di fissazione dei requisiti tecnici» (Banca d’Italia, 1988, p. 31). Nella versione finale della legge Amato, furono accolte alcune richieste e suggerimenti dell’ABI in materia di agevolazioni fiscali, di parità di trattamento fra istituti pubblici e privati, di disciplina delle operazioni infragruppo. Altrettanto convinta fu l’azione dell’ABI nel tornare a consentire, dopo oltre 50 anni, la partecipazione al capitale di banche di società non finanziarie e non bancarie seppure con una quota che complessivamente non fosse superiore al 15%. Al tempo stesso l’ABI combatté una battaglia, inizialmente da posizioni isolate, per introdurre condizioni di reciprocità nei rapporti fra banche e società di assicurazioni, consentendo alle prime di poter acquisire partecipazioni anche di controllo nel capitale delle seconde oltreché di rafforzare i canali distributivi dei propri servizi. Infatti, una delibera del Cicr del 1981 aveva impedito alle banche di assumere partecipazioni in compagnie di assicurazione. La proposta dell’ABI fu recepita nel maggio 1990. Per quanto riguarda poi il tema del rafforzamento patrimoniale delle banche, l’ABI ebbe un ruolo importante nel sostenere l’opera della Federazione Bancaria Europea in sede di recepimento delle indicazioni provenienti dal Comitato di Basilea. La Fbe valutò favorevolmente l’applicazione di comuni coefficienti di solvibilità e di patrimonializzazione, pur premendo per la definizione di una base patrimoniale allargata che includesse nel capitale delle aziende anche i fondi rischi sui crediti non passati a sofferenza.

5. Conclusioni

Abbiamo già osservato che, con la presidenza Barucci, la funzione dell’ABI volta alla rappresentanza e alla difesa degli interessi settoriali cominciò a perdere consapevolmente di peso mentre, specularmente, aumentava la missione diretta a generare servizi a vantaggio delle associate che svolgessero una funzione di «beni pubblici» in grado di aumentare mediamente l’efficienza, la competitività e l’attrattività dell’intero settore. Questo sforzo di maturazione e di crescita, di superamento definitivo di un «mondo di ieri» basato sulla centralità ma anche sulla protezione e sullo sfruttamento di rendite ampiamente godute dal settore bancario, fu difeso costantemente da Barucci. Lo fece sia sul fronte esterno, di fronte all’opinione pubblica, in Parlamento, nei principali consessi istituzionali, o sulla stampa nazionale e internazionale, sia sul fronte interno, nei confronti della propria base associativa, per stimolare la crescita di una nuova cultura bancaria che fosse condivisa e messa in pratica. Il contesto spingeva inevitabilmente in questa direzione: infatti, mai nel passato la trasformazione del mestiere di chi «fa banca» era stata tanto radicale quanto rapida. Attraverso una «gragnuola di innovazioni», come la definì Barucci nella Relazione per il 1990 (2022, p. 135), le banche avevano acquisito una libertà gestionale e operativa molto maggiore sia sul piano interno che su quello estero anche grazie alla rapida realizzazione della liberalizzazione valutaria che restituiva, dopo oltre cinquant’anni, una piena capacità di intermediazione sul mercato dei cambi e sui flussi finanziari internazionali. Dimessosi nel maggio 1990 dalla carica di Presidente del Monte dei Paschi di Siena e nominato Amministratore delegato del Credito Italiano, Barucci mantenne ancora per un anno la presidenza dell’ABI, prima di essere chiamato a ricoprire responsabilità ancora più elevate. Ministro del Tesoro tra il maggio del 1992 e la primavera del 1994, in un contesto segnato dalla crisi del sistema politico e dalla rapida evoluzione delle relazioni internazionali, fu tra coloro che si assunsero l’onere di imprimere un’accelerazione al percorso dell’Italia verso l’Unione europea e la moneta unica. Il suo impegno in ABI testimonia la coerenza di un percorso guidato dalla convinzione che solo affrontando con decisione ritardi e debolezze, e imboccando la strada dell’innovazione e della concorrenza, il Paese avrebbe potuto preservare i livelli di progresso e di benessere che erano stati raggiunti nei primi tre decenni postbellici. Se non tutte queste attese furono soddisfatte, resta il fatto che la sua azione contribuì a orientare il dibattito e le scelte di policy in una fase cruciale, mettendo in luce al contempo le difficoltà strutturali, i vincoli politici ma anche le sacche di arretratezza culturale e di resistenza sistemica che accompagnarono quel processo di trasformazione.

Bibliografia

ABI (1993), Relazioni pronunciate dal prof. Piero Barucci in occasione delle Assemblee

ordinarie dei soci dell’Associazione Bancaria Italiana, Roma.

Asso P.F., Nerozzi S. (2009), Storia dell’ABI. L’Associazione Bancaria Italiana, 1972-1991, Bancaria Editrice, Roma.

(2016), Il Monte dei Paschi nel Novecento. Storia di una banca pubblica (1929-1995), Donzelli, Roma.

Bank of Italy (1988), Assemblea Generale Ordinaria dei Partecipanti, tenuta in Roma il giorno 31 maggio 1988. Considerazioni finali. Anno 1987, Roma.

Barucci P. (2022), La sfida per un sistema bancario europeo. Gli interventi sulla rivista «Bancaria», Laterza, Roma.

Ciocca P. (2000), La nuova finanza in Italia. Una difficile metamorfosi (1980-2000), Bollati Boringhieri, Torino.

Giordano F. (2007), Storia del sistema bancario italiano, Donzelli, Roma.

Onado M. (2004), «La lunga rincorsa: la costruzione del sistema finanziario», in P. Ciocca, G. Toniolo (a cura di), Storia economica d’Italia, vol. 3.2. Industria, mercati, istituzioni. I vincoli e le opportunità, Laterza, Roma-Bari.

(2022), «Piero Barucci: tra Palazzo Altieri e via XX Settembre», in P. Barucci,

La sfida per un sistema bancario europeo. Gli interventi sulla rivista «Bancaria», Laterza, Roma, pp. XIX-XXXV.

Piero Barucci: uomo giusto per tempi difficili

Francesco Giordano, Ricercatore

È una trasformazione difficile, insidiosa quella che l’Italia attraversa dalla fine degli anni Ottanta – che coinvolge l’economia, la produzione, il mondo del lavoro e può costituire una minaccia per il benessere collettivo. È una trasformazione che ha il suo epicentro nell’ambito della finanza: le banche sono il crocevia in cui si addensano tensioni, innovazioni e opportunità, ma anche dove più forti soffiano i venti di crisi. È qui che si trova a operare Barucci, conscio delle sfide che si troverà a fronteggiare nelle diverse declinazioni della sua attività professionale (accademica, manageriale, istituzionale), mai disgiunte da qualità umane e culturali fuori dal comune.

1. Introduzione

«Non siamo, è da augurarcelo, alla vigilia di fatti tragediabili; siamo solo dentro un processo che ha infittito il ritmo del cambiamento»1: a dirlo è Piero Barucci, professore universitario all’inizio della sua carriera di banchiere. Ed è un understatement un po’ britannico (con Londra mantiene un legame profondo, come a voler occasionalmente rifuggire da certe intemperanze italiche): perché di certo Barucci, in quegli anni, si trova ad affrontare circostanze e vicissitudini fuori dall’ordinario. Alla fine degli anni Ottanta è divenuto ormai chiaro che l’Italia sta attraversando una trasformazione difficile, insidiosa – che coinvolge l’economia, la produzione, il mondo del lavoro e che presenta tratti problematici, tali da costituire una minaccia per il benessere collettivo. È una trasformazione che ha il suo epicentro nell’ambito della finanza: le banche sono il crocevia in cui si addensano tensioni, innovazioni e opportunità, ma anche dove più forti soffiano i venti di crisi. È qui che si trova a operare Barucci, conscio da subito dell’altezza del compito che si troverà a fronteggiare. Quanto sta per accadere non è meno di una rivoluzione, anche se la sua portata sarà percepita appieno soltanto più tardi. In pochi anni, il paese si troverà mutato, diverso. È una rivoluzione silenziosa, ma non per questo meno profonda ed essenziale. Così ne parla, Marco Onado, introducendo un libro di scritti di Barucci, con cui, pur con alcune differenze di sensibilità e vedute, ha condiviso tante battaglie: «non è stato un Big Bang come in altri ordinamenti, piuttosto una lenta metamorfosi, che deve però essere considerata a tutti gli effetti come uno dei pochi successi sulla tormentata strada del riformismo italiano. Giusto in tempo, si direbbe nei romanzi»2. Piero Barucci, non è un banchiere di professione, ma un professore di Storia delle dottrine economiche (si interessa di scrittori del passato, di certo non irrilevanti, ma in apparenza lontani dalle presenti tribolazioni); è quindi con determinazione, ma anche con un certo timore, che reagisce alla nomina a Presidente del Monte dei Paschi di Siena nel 1983. Dai primi passi comprende che non sarà un ruolo facile: la banca senese vanta il primato di essere la più antica al mondo – un’età veneranda, da cui ha ereditato la solida tradizione, ma forse anche quell’atavica scontrosità toscana, come disse il Carducci, «il petto ov’odio e amor mai non s’addorme»3.

2. Presidente del Mps

A coincidere con il suo arrivo, per le banche inizia un periodo di notevole turbolenza: la grande impresa industriale, cliente primario per gli istituti di credito, si trova in una situazione di profonda difficoltà. La crisi ha investito in particolare i settori intermedi che, dal dopoguerra, sono stati considerati tra i più promettenti per un paese trasformatore come l’Italia, povero di materie prime e di fonti di energia. Lo sviluppo industriale italiano – che è oggetto di interesse e studio, anche dall’estero – è un misto peculiare di pubblico e privato, che ha l’ambizione, attraverso l’insediamento strategico di impianti produttivi, di sostenere anche il rilancio delle zone depresse. È una visione che finisce per soccombere a fronte dei cambiamenti tecnologici, all’affacciarsi sul mercato di paesi in via di sviluppo e a causa delle tante aberrazioni, degenerazioni e corruttele da parte degli sponsor politici. Ma – è necessario sottolinearlo – è una visione che ha avuto propositi edificanti e ambizioni nobili e che ha beneficiato di contributi intellettuali e scientifici di grande qualità e spessore. È da questa tradizione che proviene Piero Barucci: fino al momento di divenire banchiere, oltre ai numerosi contributi accademici, è noto soprattutto per il ruolo all’interno dello Svimez, di cui è consigliere d’amministrazione dal 1979, e come collaboratore e amico di Pasquale Saraceno, l’economista a cui più di ogni altro è legata l’idea di uno sviluppo industriale guidato dal centro4. Quell’epoca ha attraversato una crisi senza ritorno. È solo di qualche anno prima, la disfatta del settore chimico: il fallimento della Sir – la seconda del paese, società privata ampiamente foraggiata da contributi pubblici per sostenere la vertiginosa crescita – ha spiacevoli strascichi giudiziari e impone la riconversione o chiusura di un gran numero di impianti produttivi di recente costruzione soprattutto nel meridione; ma non solo: coinvolge, l’Istituto Mobiliare Italiano, la maggiore banca di credito industriale italiana, con perdite così ingenti da costringere lo Stato a un frettoloso, quanto costoso salvataggio5; non molto diversa è la crisi della siderurgia, iniziata in quegli anni e tutt’oggi irrisolta; anche l’auto non è risparmiata. Il grande conglomerato pubblico Iri richiede un’urgente e profonda ristrutturazione6; le banche (molte delle quali appartengono, esse stesse, all’Iri) devono gestire portafogli creditizi fortemente deteriorati7. Il settore bancario (compreso il Monte dei Paschi) è ancora in larghissima parte sotto il controllo pubblico. Le nomine ai vertici delle banche sono quindi di espressione politica; ogni anno coprono le pagine dei giornali portandosi dietro aspre polemiche per i nomi prescelti, spesso poco qualificati, dai curricula lontani dai mondi che sono chiamati a dirigere, non di rado anche con commistioni problematiche. Ma il clima è cambiato. Seppure poco visibile, la crisi che ha investito il settore bancario e tutto l’ampio settore dell’economia pubblica impone scelte diverse; anche la politica deve piegarsi alla competenza. Verrà definita la stagione dei professori quella che vede preparazione ed esperienza prevalere su altri fattori, con l’arrivo di Romano Prodi all’Iri – inizio di una profonda ristrutturazione – e di Franco Reviglio all’Eni. Piero Barucci, preside della facoltà di economia dell’Università di Firenze, appare, evidentemente, la scelta naturale per il Monte. Dopo solo tre anni alla guida della banca senese – e quindi dall’inizio dell’esperienza di banchiere – Barucci deve aver convinto i coriacei colleghi della visione, del carattere e delle capacità organizzative di cui è portatore, insieme a un certo flair diplomatico che non gli manca.

3. Al vertice dell’ABI

Per il settore bancario è quasi un novizio, quando, nel 1987, viene eletto Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana. È un periodo delicato per l’associazione: solo tre anni prima in quel ruolo c’era Silvio Golzio, già Presidente del Credito Italiano. Golzio era stato chiamato al vertice dall’ABI, nonostante l’età avanzata, per guidarne il rilancio e sanare il grave danno reputazionale causato dallo scandalo Italcasse – un caso di malagestione e commistioni opache, inclusi cospicui finanziamenti occulti ai partiti di governo. Il Presidente Arcaini, predecessore di Golzio, era fuggito in Svizzera, inseguito da un mandato di cattura8. È passato un decennio dallo scandalo, l’ABI è tornata a godere di indubbia autorevolezza, ma resta necessario assicurare che al vertice dell’organizzazione sieda un banchiere di prestigio e onestà indiscussi, in grado di rappresentare il settore bancario di fronte al paese, rinsaldare il clima di fiducia; in più, il neo-presidente dovrà guidare gli istituti di credito attraverso le trasformazioni epocali che si palesano all’orizzonte. Sarà richiesto, da parte delle banche, uno sforzo evolutivo che non sempre è compreso e condiviso dagli stessi dirigenti che le guidano. È un tema che, per Barucci, diviene presto chiaro: «Il nostro sistema è il risultato di processi di cristallizzazione che hanno motivazione storica; ogni peculiarità aziendale può essere agevolmente spiegata ricorrendo a quello che qualcuno ha potuto essere, o a quello che a qualcuno è stato impedito di essere»9. Conservatorismi, veti e privilegi andranno messi in discussione, perché il settore possa far fronte alle sfide future, in particolare all’apertura internazionale. In pochi mesi, il settore bancario si troverà a operare in ambito europeo, confrontandosi con istituti bancari che per dimensione, tecnologie, efficienza appaiono decisamente più robusti di quelli italiani. Per affrontare un tale cambiamento, bisognerà capirne i tratti, le caratteristiche. Barucci porta con sé, come nota ancora Onado, «un’onestà intellettuale che lo induceva ad andare oltre l’ottimismo di facciata di tanti documenti ufficiali, e l’acume analitico dello studioso, che lo portava a capire l’importanza dei cambiamenti in atto e le conseguenze a medio e lungo termine per la categoria»10. Nei confronti delle banche, lo stile manageriale di Barucci – in parte il riflesso del suo carattere, come riconoscerà chi lo ha conosciuto – è distintivo: pacato e spesso ironico, non è uno che si trattiene o che rifugge dal confronto, è diretto e chiaro nell’esprimere le sue opinioni. Quale sia il suo punto di vista lo ribadisce in modo molto chiaro anche in occasioni paludate come la lettura della Relazione annuale dell’ABI in seduta plenaria: «Nel corpo delle nostre aziende è sicuramente in atto una quotidiana guerriglia fra chi sta dietro il cespuglio a conservare l’abitudinarietà del proprio operare, e chi deve uscire allo scoperto perché così gli impone il continuo confronto col mercato. Sta agli organi amministrativi e operativi delle aziende far sì che gli atteggiamenti conservatori siano sconfitti»11. Di certo non tutti i banchieri presenti avranno preso la sollecitazione con particolare simpatia. Diretto nell’esprimere le sue opinioni, a volte quasi caustico, è tuttavia un leader leale, inclusivo, che percepisce che, nel ruolo, dovrà rappresentare tutte le istanze e le visioni dell’organizzazione che dirige. Il Ministro del Tesoro Amato ne descrive, con una certa accuratezza, lo stile di comando (il riferimento è alla non semplice dialettica tra banche e Tesoro nella definizione dei tassi di interesse sul debito pubblico): «Io sono grato al presidente dell’ABI Barucci, che come tutti i capifamiglia non è che non sappia essere critico verso i difetti che vede nelle banche a cui sovraintende, ma ama dirli lui come tutte le madri che dicono: il mio figliolo lo picchio io (in Toscana, si dice così)»12 (è l’inizio di un rapporto, amichevole e politico, che avrà una continuità nel tempo: qualche anno dopo, Amato, divenuto Presidente del Consiglio, chiamerà proprio Barucci nel ruolo di Ministro del Tesoro).

4. Verso l’unione monetaria europea

Nella seconda metà degli anni Ottanta, l’integrazione europea subisce una notevole accelerazione. L’impeto verso un’Europa più unita proviene anche dalle difficoltà economiche: un’Europa più unita, integrata, dove vigono regole armonizzate e coerenti, che abbia completato il mercato unico, appare come l’unica ricetta possibile di fronte alle tensioni politiche internazionali e ai rivolgimenti economici in corso. Nel 1987 entra in vigore l’Atto unico europeo che rivede il Trattato di Roma. Subito dopo la sua approvazione, si riavvia con decisione il percorso verso l’unione monetaria europea. Ci si muove con inusuale speditezza: pochi anni dopo, alla fine del 1991, vengono stipulati gli accordi per l’implementazione della moneta unica, poi formalmente approvati con il Trattato di Maastricht nel febbraio del 1992. Inoltre, con la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, si prefigura un possibile, significativo allargamento a Est. Già nel 1990, Barucci evidenzia la portata del percorso intrapreso: «In pochi mesi, la prospettiva europea è cambiata. Quella per la realizzazione di un mercato unico riguardante i dodici paesi, è stata improvvisamente appaiata dall’idea … di realizzare l’unità di una Grande Europa, di cui è però ancora difficile individuare, non solo i tempi, ma anche i confini e i contenuti»13. Ha inizio una profonda revisione della struttura, delle norme e della regolamentazione del sistema creditizio, che nel tempo ridisegnerà interamente il quadro operativo ereditato dalla legge bancaria degli anni Trenta, verso un orientamento di mercato, aperto alla concorrenza. Il processo di riforma, in questo come in altri campi, avviene al traino dell’integrazione europea. La prima direttiva Cee per il settore bancario prevede la libertà di accesso all’attività bancaria in ambito europeo; ci vorranno ben otto anni dal suo varo perché, nel 1985, la direttiva venga introdotta nell’ordinamento italiano: un lungo ritardo che – come amava sottolineare Barucci – più di ogni altra cosa mostra quanto fosse dirompente e temuta nel settore bancario italiano. Per tutti questi anni, l’Italia appare in forte ritardo nell’adeguamento dei sistemi normativi in ambito finanziario; dopo la prima direttiva bancaria è già in gestazione la seconda, che sancisce i requisiti minimi di capitale, detta criteri oggettivi per la licenza bancaria unica e definisce limiti alle partecipazioni e ai rapporti con controparti correlate. A breve, lo spazio competitivo del mercato bancario sarà quello europeo. Le banche italiane sono ancora in larga parte pubbliche e operano in un sistema in cui sono tuttora in vigore specializzazioni operative e limiti all’erogazione, ormai chiaramente obsoleti. Già si intravede che il modello di banca universale diverrà prevalente: una banca in principio ammessa a gestire ogni area del business bancario, ma soggetta a una stringente regolamentazione di tipo prudenziale e a vincoli relativi alle funzioni di governo e alle partecipazioni societarie. Un ulteriore passo per l’integrazione finanziaria della Comunità europea avviene con la liberalizzazione dei movimenti dei capitali. A partire dal 1° luglio 1990, si impone agli Stati membri l’abolizione delle restrizioni ai movimenti di capitale. È un progresso che l’Italia vede con malcelato timore, viste le precipitose fughe di capitale negli anni Settanta e le profonde difficoltà avute nel fronteggiarle. Barucci è ben conscio della portata dei cambiamenti: europeista, sostenitore di mercati aperti e integrati – ma con correttivi regolamentari e una chiara supervisione pubblica – non ha dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta, che il punto di arrivo sia desiderabile; ma sa che le difficoltà del percorso sono notevoli, la salita è così irta da rendere affannoso il respiro: «Il nostro settore è fra quelli che hanno da trarre i maggiori vantaggi da un processo di deregolamentazione, di completa liberalizzazione valutaria, di creazione di un grande mercato europeo. Esistono consistenti margini per migliorarci, anche perché la curva della domanda dei servizi bancari e finanziari si sposterà verso l’alto. Intendiamo compiere tutte le scelte che ci permettano di essere protagonisti in questo mercato. La sfida da fronteggiare è da mozzare il fiato»14. L’attimo di smarrimento resta, tuttavia, breve, lasciando spazio allo spirito combattivo, e a qualche metafora bellica – uomo incruento e gentile, non manca a Barucci, in ambito professionale, un certo impeto guerresco. Le difficoltà sono chiare, i rischi enormi, la preparazione non sempre adeguata, ma con il giusto approccio – dedizione, competenza, risolutezza – ne potremo uscire a testa alta: citando il conterraneo Machiavelli: «Come ha detto chi si intendeva di lotte fra gli uomini, solo i “profeti armati vincono”. Siamo ancora in tempo per attrezzarci adeguatamente. Abbiamo bisogno di capitali e di uomini; di organizzazione e di strumenti tecnologici adatti; di saggezza e di coraggio, di modestia e di fantasia»15. Un passo rilevante è attuato nel 1990 con la legge Amato16: vi si incoraggiano le banche pubbliche (in particolare gli istituti di diritto pubblico e le casse di risparmio) a trasformarsi in società per azioni; in aggiunta, sono offerti incentivi alle fusioni e si prefigura l’ingresso di azionisti privati nel capitale (ma la quota pubblica non dovrebbe ancora scendere sotto il 51%). È un passo importante, ma il mercato bancario resta ancora pietrificato. Viene da chiedersi se basteranno queste misure a far fronte all’apertura del mercato creditizio. «Non godremo tecnicamente di alcuna rendita di posizione – commenta Barucci – Non partiamo battuti, ma dovremo operare al meglio, con l’animus pugnandi di chi vuole essere protagonista»17.

5. Ministro del Tesoro

La crisi finanziaria investe l’Italia a metà del 1992 – il risultato, si potrebbe dire, di una tempesta perfetta. Correnti speculative si muovono contro la lira, scommettendo su una imminente svalutazione; le pressioni sui cambi sono così intense da apparire insostenibili. Per l’Italia non si tratta solo di una crisi valutaria: la pressione sulla moneta spinge i tassi di interesse verso livelli proibitivi e mette in discussione la capacità di finanziamento del debito pubblico – cresciuto enormemente nel decennio precedente, ormai stabilmente al di sopra del 100% del Pil. Per anni, i governi che si sono susseguiti hanno promesso azioni correttive per interromperne l’espansione, poi regolarmente disattesi di fronte alle prime resistenze politiche – «piani scritti sull’acqua»18 li definirà successivamente Barucci. I dubbi sulla sostenibilità del debito minacciano la stabilità finanziaria – come un’inesorabile spada di Damocle che incombe sul paese, specialmente dopo che, con l’integrazione dei mercati dei capitali, il valore dei titoli pubblici italiani è soggetto al giudizio degli investitori internazionali. Di fronte alla crisi, nel giugno del 1992 entra in carica un nuovo governo, guidato dal socialista Giuliano Amato; in senso stretto non si tratta di un governo tecnico, ma nella sua composizione vi è meno attenzione agli equilibri politici e più alle competenze, per mandare un segnale rassicurante ai mercati finanziari già in fibrillazione. Piero Barucci, banchiere autorevole, ma al di fuori delle tradizionali rose politiche, assume il ruolo di Ministro del Tesoro. Lascia per questo la carica di amministratore delegato del Credito Italiano, detenuta dal 1990, quando aveva sostituito Rondelli, che aveva raggiunto i limiti di età statutari per le cariche esecutive. Il periodo è delicatissimo: Barucci diviene ministro tre mesi dopo la firma del Trattato di Maastricht, un passo avanti entusiasmante per un europeista convinto come Barucci, ma che definisce un percorso verso l’Unione monetaria che appare irto di difficoltà per l’Italia. Mancare l’obiettivo potrebbe dimostrarsi rovinoso per il paese. Nelle settimane a cavallo della sua nomina, la mafia sferra la sua sfida più cruenta allo Stato. Giovanni Falcone, magistrato protagonista della lotta alle cosche, cade vittima di un attentato sullo svincolo di Capaci, nel tragitto tra l’Aeroporto di Punta Raisi e il centro di Palermo, in cui sono uccisi anche la moglie e la scorta. Poche settimane dopo, una bomba in via d’Amelio, presso l’abitazione della madre, uccide anche il giudice Paolo Borsellino con la sua scorta. È forte l’impressione non solo in Italia, ma in tutta Europa. Gli attentati trasmettono l’immagine di uno Stato fragile, impotente, incapace di proteggere i suoi rappresentanti. Per Barucci, vi è una ragione in più per essere colpito nel profondo: il ricordo della barbara uccisione, nel 1980 a Palermo, di Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Siciliana, ma soprattutto, per lui, amico, consigliere e suo primario referente politico. In un clima acceso, il Governo Amato nasce con lo scopo di gestire lo scenario economico deteriorato e le pressioni sulla valuta. Il finanziamento del debito pubblico è reso difficile dal crollo di fiducia nei confronti dell’Italia; insomma, quanto basta per agitare anche l’animo più imperturbabile, per far perdere colore al viso. Per citare un altro fiorentino trovatosi di fronte a visioni infernali – «e diventa’ ismorto, come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia»19 – Barucci, appena assunto il ruolo di ministro, è posto davanti a uno scenario da spavento: «Il fabbisogno statale apparve subito assai maggiore di quello che ci si attendeva e che era dato per conosciuto. … Il formarsi del Governo Amato non poté che frenare una evoluzione dei mercati che era tutta contro la nostra valuta. Ricordo i dati che ci fece conoscere il Governatore il giorno stesso in cui il Governo ebbe la fiducia. Essi riguardavano gli interventi effettuati il giorno avanti sulla lira e quelli sul mercato dei titoli: c’era da impallidire»20. La svalutazione della lira – a lungo caparbiamente contrastata dalle Autorità – avviene nel settembre del 1992. La lira, con la sterlina, vengono espulse dal Sistema monetario europeo. Il Governo deve correre ai ripari ed è costretto a introdurre un’imponente stretta fiscale; la manovra correttiva per il 1993 – approvata nell’autunno dell’anno precedente – tra tagli ed entrate, ammonta a 93.000 miliardi, oltre il 6% del Pil, ed è la più imponente dal dopoguerra21. Particolarmente controverso risulta il prelievo forzoso sui depositi bancari: una scelta impopolare, controversa, che segnerà in parte l’eredità di Barucci ministro, ma che va letta nella assoluta drammaticità, e pericolosità per l’Italia, delle circostanze in cui è avvenuta. In contemporanea, il 1992 registra importanti sconvolgimenti politici: con l’allargarsi dello scandalo che prenderà il nome di Tangentopoli, ha inizio un’azione giudiziaria di contrasto ai finanziamenti illeciti ottenuti dai partiti politici e da singoli politici. «C’è da sperare, anzi fino a oggi è lecito pensare, che dal grande crocicchio delle illegalità che si è scoperto esistere e prosperare in Italia, il mondo bancario sia stato solo toccato, e marginalmente»22, commenta Barucci di fronte ai banchieri, auspicando che tale ipotesi si confermi nel tempo. Le vicende giudiziarie accompagnano quelle economiche e, nel giro di pochi mesi, si assiste alla scomparsa elettorale dei partiti che, come la Dc e il Partito socialista, avevano dominato le compagini governative dal dopoguerra.

6. Le privatizzazioni

È in questo clima che maturano le privatizzazioni italiane. Inghilterra e Francia hanno già dismesso una larga parte dell’industria pubblica. In Italia si è ancora ai blocchi di partenza; si tratta quindi di un test di credibilità: le discussioni interminabili su modalità, approcci e strutture di governo cominciano a sembrare pure e semplici tattiche dilatorie. I politici di area governativa esprimono sostegno a parole, ma si percepisce che lo fanno controvoglia. A dover rompere gli indugi è il ministro del Tesoro Barucci, che ritiene imprescindibile imporre un’accelerazione. In un intervento presso la Commissione Finanze del Senato, nell’ottobre del 1992, Barucci ne elenca le ragioni (lo fa all’interno di un dettagliato excursus storico sull’intervento pubblico nell’economia – che, come si è menzionato, è parte della sua storia personale – che gli vale l’invito a concentrarsi su temi più immediati); innanzitutto, la scelta «era ed è obbligata, e riguarda il fatto che nel Trattato di Maastricht, che il Parlamento italiano sta ratificando, c’è scritto con chiarezza che ormai ogni forma di attività economica deve trovare la sua ragione di essere nel mercato e che l’unico criterio di sopravvivenza delle imprese economiche è nel vincolo di bilancio ». Un’altra ragione è che le condizioni del bilancio pubblico non erano più tali da poter offrire risorse, «non solo per le imprese a partecipazione statale, ma anche per quelle pubbliche». Un’ultima ragione sta nel fatto che «si è affermata l’aspettativa per cui le dismissioni della ricchezza nazionale pubblica – la chiamerei così in senso lato – debbano andare anche a ridurre il debito pubblico che grava sul bilancio dello Stato»23. Se sulle privatizzazioni si era ormai creato, almeno in teoria, un ampio consenso, non così su modalità e tempistiche. Le ostilità sono ancora diffuse e ben rappresentate nei luoghi dove di assumono le decisioni. A metà strada tra la salvaguardia della parte migliore dell’industria pubblica e la dilazione a data da destinarsi, vi è una proposta avanzata da Giuseppe Guarino, giurista, ministro dell’Industria dello stesso Governo Amato. Guarino propone di far precedere alla privatizzazione la creazione di due holding pubbliche, a cui riallocare le società appartenenti al perimetro Iri ed Eni su base settoriale. Le due super-holding dovrebbero emettere obbligazioni convertibili in azioni, in modo da ge nerare proventi immediati per ridurre l’indebitamento, ma trasferire solo gradualmente la proprietà azionaria. Il meccanismo prevede, almeno nella prima fase, che il controllo delle due holding rimanga in mano pubblica. Il piano Guarino diviene oggetto di un duro scontro tra il suo promotore e il ministro del Tesoro Barucci, che propende invece per un piano di dismissioni accelerato, che trasferisca anche il controllo delle società coinvolte. La proposta di Guarino appare ai suoi detrattori, tra cui in primis Barucci, difensiva, di retroguardia, non rispondente ai canoni di una privatizzazione vera e propria, che è invece reclamata a gran voce dai mercati come test per restituire fiducia al paese. La diatriba diviene presto di dominio pubblico, una diversità di approccio che – fomentano i quotidiani – dilania la compagine governativa e provoca immobilismo. L’aggravarsi della situazione finanziaria chiarisce le idee e costringe a prendere posizione. Alla fine del 1992, il Presidente del Consiglio Amato si schiera: le privatizzazioni vanno fatte, e rapidamente. In realtà, la decisione era già stata presa durante le fasi convulse della crisi valutaria, ma, per ragioni di opportunità politica, era stata tenuta nascosta per qualche settimana. E, viene riportato, già a metà estate Barucci era stato rassicurato da Amato, con una telefonata avvenuta 45 minuti dopo la mezzanotte24. Le privatizzazioni – è ormai la posizione ufficiale del Governo – andranno portate avanti con vigore e dovranno seguire logiche di mercato e procedure internazionali. La Repubblica commenta: «II “match” è entrato nella zona calda la scorsa settimana: dopo gli scontri nel governo, tra il ministro del Tesoro, Piero Barucci, assertore di un piano radicale di dismissioni, e quello dell’Industria, Giuseppe Guarino, gran conservatore degli attuali assetti proprietari dell’industria pubblica, Giuliano Amato ha deciso di rompere gli indugi. Con una mossa a sorpresa ha affidato a Barucci il compito di tirare le fila del difficile e controverso dibattito parlamentare domani alla Camera, facendo una inequivocabile scelta di campo»25. I rivolgimenti politici causano crescenti tensioni che sfociano nella formazione di un nuovo governo, che, almeno in teoria, avrà il supporto di un più ampio spettro di forze politiche, in uno sforzo di unità nazionale per gestire la crisi finanziaria. A guidarlo viene chiamato il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, che assume il ruolo nell’aprile del 1993. Si tratta, questa volta esplicitamente, di un governo tecnico. In una scelta di continuità, Barucci viene confermato nel ruolo di Ministro del Tesoro. Intervenendo all’ABI, questa volta in veste di ministro, ancora un understatement da parte di Barucci: fra gli accadimenti dell’anno che volge al termine, dice, vi è quello «del tutto casuale di un ex Presidente dell’ABI, di uno che si sente solo e soltanto un collega, e che così sempre si sentirà, che diviene Ministro del Tesoro». E poi: «spicca l’altro, dal significato storico tutto da decifrare, di un Governatore della Banca d’Italia che diviene Presidente del Consiglio. Il Governatore con il quale, con affetto e stima, abbiamo compiuto tante comuni esperienze, che diviene capo dell’esecutivo; par di sognare!». Per concludere: «A pensarci, non si è ancora in grado di dire se è un vero e proprio segno dei tempi oppure, e più semplicemente, dell’occaso di un’epoca che ha bisogno di una mano sapiente per transitare da un passato che stenta ad ammettere di essere tale, verso un futuro dai confini incerti»26. Insediato a fine aprile, già a fine giugno Ciampi emana una direttiva che accelera le procedure di dismissione di partecipazioni pubbliche, a partire dalle banche27. Viene presentato un programma dettagliato, accompagnato dalla definizione delle procedure di vendita – tra cui, ad esempio, la nomina degli advisor (come segnale di un cambio di approccio, si vorrà evitare di coinvolgere Mediobanca in posizione primaria, affidandosi invece a banche internazionali). Dopo lunghe discussioni, si sceglie l’Opa (la cui legislazione è stata introdotta nell’ordinamento italiano da pochissimo tempo) come modalità di vendita, per ragioni di trasparenza e per coinvolgere il più ampio spettro di possibili investitori28. Avendo deciso di partire dalle banche, l’Opa presenta altri vantaggi: stanno per entrare in vigore le regole europee che, pur nell’ottica di una sostanziale liberalizzazione, pongono stretti limiti ai rapporti tra banche e imprese. Lo nota, con una certa verve polemica, Barucci rivolgendosi a chi, anche in Parlamento, ritiene desiderabile offrire ai gruppi industriali un ruolo prominente nelle banche in via di privatizzazione: «Forse questa Commissione non ha ancora avuto modo di studiare il decreto legislativo di attuazione della seconda direttiva Cee sull’attività bancaria. … In tale decreto ho confermato, sottolineandone i vincoli, la separatezza strutturale e i rapporti che intercorrono tra banca e industria, i limiti del capitale non finanziario nella proprietà delle banche, le condizioni di salvaguardia che permettono di seguire il formarsi di equilibri in una banca e che presuppongono non naturali rapporti tra banca e industria. Quindi, questa è la situazione»29 (i fatti mostreranno che gli auspici di Barucci non troveranno sempre un totale riscontro nella realtà). Da subito come apripista viene scelto il Credito Italiano: dopo aver deciso di iniziare con le banche, il Credit, per dimensione e visibilità, appare la più adatta – meno blasonata forse della Banca Commerciale, ma proprio per questo un eventuale insuccesso sarebbe meno problematico. Inoltre, il management del Credit, che ha frequenti rapporti con operatori internazionali, appare il più pronto ad affrontare un’operazione complessa, in un clima ancora molto incerto. A fine settembre 1993, si avvia il processo. Nonostante i timori, la privatizzazione del Credito Italiano si rivela un successo straordinario: «Credit: richieste a valanga», titola il Corriere della Sera, che aggiunge: «Corsa sfrenata all’acquisto e l’offerta viene superata di sei volte; chiusa in anticipo la sottoscrizione». Ciampi, con l’evidente sollievo di chi ha temuto di non riuscire a farcela, commenta: «ci voleva una grossa privatizzazione con vendita al pubblico. Ci serviva per mandare un messaggio forte»30. Il successo ha risonanza ben oltre il settore bancario, ristabilisce, almeno temporaneamente, la fiducia dei mercati internazionali, ridà credibilità finanziaria all’Italia e risulterà propedeutico all’ingresso dell’Italia nell’euro qualche anno dopo. Barucci lascia il ruolo di ministro a seguito di nuove elezioni politiche. Tornerà per un breve periodo al Credito Italiano, ormai in mano privata, per poi intraprendere una carriera da imprenditore bancario e proseguire quella di accademico.

7. Conclusioni

Per concludere, qualcosa va detto su Barucci oltre l’economista: cultore appassionato della sua materia, come tanti economisti, tuttavia, non si sente del tutto appagato dalla «scienza triste». La vivacità intellettuale e i vasti interessi lo portano a tracimare in altri campi, altri settori, a cercare altri approcci. Spazia dalle letture elevate a interessi più mondani: per dire, patito di sport (pur non essendo affatto sportivo lui stesso), segue i destini, non sempre felici, della sua Fiorentina con smisurata passione. Del resto, non si sono visti molti ex ministri discettare di pallone come Barucci, del tutto a suo agio nel mezzo di quella variegata, quanto irresistibile combriccola che è stata la trasmissione Quelli che il calcio…, sulla Rai, sotto la sapiente guida di Fabio Fazio. L’ironia da toscano lo ha sempre contraddistinto. Ed è un’ironia tremendamente seria. Dopo il feroce eccidio terroristico alla rivista satirica Charlie Hebdo a Parigi, Barucci scopre che tra i collaboratori della rivista satirica c’era anche un economista, nientemeno che un professore della facoltà Paris 8. È una notizia che gli provoca un’immediata curiosità, forse perché in realtà vi si identifica; si chiede: perché un professore avrà voluto farlo? E pensa, di certo c’era «la volontà di uscire dal ruolo dell’economista per partecipare al confronto civile in una società della quale voleva contribuire ad affrontare i problemi politico-sociali»31. Tra le sue riflessioni più profonde – anche per il suo essere un cattolico attento al sociale – vi è il tema dell’etica e del suo rapporto con l’economia; un tema «complicato», come riconosce lui stesso, che induce «soggezione» e per questo, con posizioni diversificate, il dibattito va avanti da secoli. Una sintesi tra etica ed economia è particolarmente difficile, dice Barucci, ma non per questo si deve rinunziare a cercarla: «In quel dramma c’è forse un pezzo di quello che è il dramma di tutti noi che facciamo economia. I testi parlano chiaro: l’economia nasce come una disciplina che si distingue dall’etica; perlomeno che vuole separarsi dall’etica»32. Ma tenere distinte etica ed economia non vuole certo dire dare supremazia della seconda sulla prima; o che l’etica non rivesta un peso fondamentale nelle faccende umane. L’agire etico vuol dire considerare anche valori più alti; e non basta, afferma in un dibattito sul tema con Antonio Patuelli, che l’etica si riduca a «compassione, benevolenza, mancia, elemosina ». Neppure che la si possa considerare, come spesso si tende a vedere tra chi opera sui mercati finanziari, il semplice rispetto delle regole formali o il tenersi entro i limiti di ciò che è permesso dalla legge. Il solo conformarsi alle regole «è cosa completamente diversa dall’avvertire il richiamo dell’etica». L’etica è – in una presa di posizione in cui si avverte l’eco del liberalismo progressista che si combina con il cattolicesimo sociale – «la capacità di far coincidere il giudizio del singolo col giudizio di un altro singolo diverso dal primo». Citando una lettera ai Corinzi – che ha voluto trarre da un intervento di poco precedente di Papa Francesco – Barucci legge: «tutto è lecito, ma non tutto edifica: nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello dell’altro». Ma, si interroga, ciò non è forse in contrasto con le regole dell’agire economico? Che l’imprenditore faccia l’imprenditore, che aumenti i prezzi quando l’offerta è scarsa, che sbaragli un concorrente indebolito: tutto ciò fa parte di ciò che ci si aspetta dall’operatore economico, da chi massimizza il profitto, non lo si può, in sé, biasimare. Una tensione difficile, che va tenuta a mente, riconciliata di continuo, nelle scelte quotidiane, nel proprio lavoro, conclude, per rifuggire da un’economia che sia «vedovata» dall’etica, come afferma, citando Giuseppe Toniolo, l’autorevole economista cattolico attivo nella seconda metà dell’Ottocento. È questo, conclude, il filo rosso che lega tutta la «cosiddetta dottrina sociale della chiesa». Per Barucci l’agire etico – che va ricreato ogni volta, con la pratica quotidiana – è anche attenzione all’altro, coltivare relazioni, trasmettere conoscenze, creare comunità che condividono pensieri, approcci e valori in uno scambio continuo, che produce arricchimento reciproco. Lo si vede, naturalmente, nel suo attaccamento alla famiglia, nel legame forte, che si è perpetuato nel tempo, con i suoi studenti – spesso a loro volta diventati i professori di domani – con i tanti corrispondenti; sono legami saldi, come può testimoniare l’esperienza di chi scrive. E questa continuità dà il senso più profondo al nostro agire, tanto nelle imprese economiche e nell’azione politica, quanto come individui, nei nostri spazi personali, privati. Nei primi tempi del suo impegno bancario, Barucci fa un’affermazione, con riferimento alle imprese industriali, che possiamo facilmente estendere a un campo più ampio: «Nella vita delle imprese il traguardo è “senza tempo”. Si sposta sempre in avanti, come a misurare nell’angoscia la finitezza temporale del nostro impegno. Lavoriamo non solo per noi, ma anche per chi verrà dopo di noi»33.

Note

1 P. Barucci, Relazione all’Assemblea dell’ABI del 28 giugno 1988, ristampata in P. Barucci, La sfida per un sistema bancario europeo. Gli interventi sulla rivista «Bancaria », Laterza, Bari Roma, 2022, p. 46.

2 M. Onado, «Piero Barucci. Tra palazzo Altieri e via XX Settembre», in P. Barucci, La sfida, cit., p. 46.

3 Versi tratti da Traversando la Maremma toscana (Rime Nuove) di Giosuè Carducci, scritta nel 1885.

4Tra le opere su questi temi: P. Barucci, Ricostruzione, pianificazione, Mezzogiorno. La politica economica in Italia dal 1943 al 1955, pubblicato nel 1978, ed. il Mulino. Vale la pena ricordare la lezione di Piero Barucci a 100 anni dalla nascita di Pasquale Saraceno: «La condizione del Mezzogiorno – ieri, oggi e domani – tra vincoli e opportunità», Roma, giugno 2003, Quaderno n. 21 di Informazioni Svimez, Collana Saraceno n. 6.

5V. Zamagni, L’industria chimica italiana e l’Imi, il Mulino, Bologna, 2010.

6 F. Silva, «Un profilo di insieme», in F. Silva (a cura di), Storia dell’Iri. 3. I difficili anni ’70 e i tentativi di rilancio negli anni ’80, 1973-1989, Laterza (Storia e Società), Bari, 2013.

7 F. Giordano, Destinazione euro. Politica e finanza in Italia dal «miracolo» a Maastricht, 1957-1992, Donzelli, Roma, 2024.

8 P. Barucci, F. Giordano, UniCredit, una storia dell’economia italiana. Dal Credito Italiano a UniCredit 1945-2000, 2025, Laterza, Bari-Roma.

9 P. Barucci, Relazione all’Assemblea dell’ABI del 19 luglio 1991, in P. Barucci, La sfida, cit., p. 191.

10 M. Onado, in P. Barucci, La sfida, cit., p. XX.

11 P. Barucci, Relazione all’Assemblea dell’ABI del 19 luglio 1991, cit., p. 190.

12 G. Amato, Due anni al Tesoro, 1990, il Mulino, Bologna, p. 112.

13 P. Barucci, Relazione all’Assemblea dell’ABI del 4 luglio 1990, in P. Barucci, La sfida, cit., p. 101.

14 P. Barucci, Relazione all’Assemblea dell’ABI del 27 giugno 1989, in P. Barucci, La sfida, cit., p. 98.

15 P. Barucci, Relazione all’Assemblea dell’ABI del 28 giugno 1988, in P. Barucci, La sfida, cit., p. 47.

16 L. n. 218, 20 luglio 1990.

17 P. Barucci, Relazione all’Assemblea dell’ABI del 27 giugno 1989, cit., p. 98.

18 P. Barucci, L’isola italiana del Tesoro. Ricordi di un naufragio evitato 1992-1994, 1995, Rizzoli, Milano.

19 Canto IX del Purgatorio della Divina Commedia di Dante Alighieri (versi 40-42).

20 P. Barucci, Intervento all’Assemblea dell’ABI del 23 giugno 1993, in P. Barucci, La sfida, cit., p. 206.

21 S. Battilossi, «Annali», in P. Ciocca, G. Toniolo (a cura di), Storia economica d’Italia, Laterza, Bari-Roma, 1999, p. 520.

22 P. Barucci, Intervento all’Assemblea dell’ABI del 23 giugno 1993, cit., p. 203.

23 Intervento del Ministro P. Barucci; Senato della Repubblica, XI Legislatura, X Commissione permanente, Indagine conoscitiva sul processo di privatizzazione delle imprese pubbliche o a partecipazione statale, 1° ottobre 1992.

24 R. Petrini, «L’Iri nei tre anni fatali: la crisi del paese e la svolta delle privatizzazioni (1990-1992)», in R. Artoni (a cura di), Storia dell’Iri. 4. Crisi e privatizzazione, Laterza (Storia e Società), Bari-Roma, 2013, p. 175.

25 La Repubblica, 11 dicembre 1992.

26 P. Barucci, Intervento all’Assemblea dell’ABI del 23 giugno 1993, cit., p. 204.

27 Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri, 30 giugno 1993, G.U. n. 155 del 5 luglio 1993.

28 P. Barucci, F. Giordano, UniCredit, cit.

29 Intervento del Ministro P. Barucci, Indagine conoscitiva, cit.

30 Corriere della Sera, 9 dicembre 1993.

31 P. Barucci, Etica ed economia, una sintesi difficile, ma possibile, Intervento al Convegno Etica e nuovo umanesimo, organizzato dall’ABI e dal Vicariato di Roma, Roma, 14 gennaio 2015.

32 Ibid.

33 P. Barucci, Relazione all’Assemblea dell’ABI del 28 giugno 1988, ibid., 2022, p. 47.

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