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Un manager per la banca che cambia

Piero Barucci, Presidente emerito dell’ABI

1. Felice Gianani: una biografia, una vita

Felice Gianani è stato Direttore generale dell’ABI per poco meno di dodici anni, quando la sua esperienza fu tagliata via da una morte improvvisa in un momento drammatico per l’Italia e con l’ABI, invece, in recuperato prestigio dopo gli anni Settanta che furono poi chiamati, per ragioni ben note: «gli anni bui dell’Associazione». Gianani aveva sviluppato i suoi studi presso una prestigiosa scuola romana (il liceo classico Mamiani) per laurearsi poi in Giurisprudenza con una tesi in Diritto Internazionale all’Università «La Sapienza» della capitale. Fu una scelta che ne condizionò la vita: «l’estero» era, per i «giovin signori » di quegli anni, il simbolo del successo. L’idea di divenire parte di una virtuosa diplomazia attrezzata a maneggiare questioni di complessa natura internazionale in un mondo, in breve, che scoprì le difficoltà di occuparsi di scambi internazionali di beni o servizi nella loro multilateralità, lo attrasse fortemente. Questa era la prima sfida, ma c’era in ballo anche la finanza internazionale che ci appariva di una misteriosa continua attualità e faceva una timida presenza perfino sulla stampa, fino a quella locale. Gli enti che davano anima a questi strumenti sempre nuovi incutevano rispetto a ogni apparizione in virtù del loro espandersi attraverso istituzioni multinazionali o addirittura mondiali e l’ampliarsi dei loro intenti fino a voler coprire il mondo intero con le centinaia delle loro specializzazioni. La domanda crescente delle lingue diverse dall’italiano induceva imprese private e, in particolare, istituzioni a dotare i propri uffici di giovani esperti con differenti esperienze e formazione che disponevano di queste conoscenze. E Gianani conosceva, ma bene, tre lingue, oltre l’italiano; l’inglese, il francese e lo spagnolo. Era, e si sentiva, quel prototipo di multiforme-specializzato che, come ben ricordo per diretta esperienza personale, registrava una offerta almeno alcune volte inferiore alla domanda: era per tutti noi, l’ideal tipo con cui confrontarsi.

2. L’attività lavorativa e manageriale

Valerio Torreggiani, il colto autore che firma la biografia che nell’occasione si presenta, dedica ampio spazio a questa fase della vita di Gianani, la quale, già allora, poteva contare su una vastità di rapporti amicali e familiari maturati a Roma fin da quegli anni. Tutto ciò lo collocò ben presto fra i già allora predestinati a un brillante avvenire professionale. In tale senso, è significativa la scelta giananiana di trascorrere in Francia e nel Regno Unito due corsi di perfezionamento, che ne costituirono, anche per virtù personali, già ben note, e altrettante conoscenze, ampiamente apprezzate dal cosiddetto mercato, un human capital che non temeva confronti. Ne ebbe quotidiana generosa conferma non solo quando, da poco laureato, cominciò un’esperienza lavorativa che sarà poi in continua ascesa. Nel 1961 fu assunto dall’Iri per essere impiegato nella Direzione generale e, dopo una esperienza condotta presso la Svimez venne adibito nel ruolo decisivamente importante di assistente del Direttore generale. Il Mezzogiorno restò per lui un motivo di studio. Fu da quel punto di osservazione, sempre prossimo alla Direzione generale, che poté prendere contatto con i problemi della intera economia italiana che erano parte attiva di una esperienza di un gruppo industriale in grande espansione e al centro di gratificante crescita apprezzata e, non di rado, ragione di ammirazione in Italia e all’estero. Il suo curriculum formativo lo autorizzava a sentirsi adeguato per gli impegni più sfidanti e infatti fu nominato, a partire dal settembre del 1965, Direttore aggiunto presso la Banca Mondiale a Washington. Le sue doti, la sua serietà, la sua maturità intellettuale stavano divenendo apprezzate nel piccolo (allora) mondo della finanza internazionale, negli Stati Uniti e in Italia, per cui si pensò a un suo «richiamo» in Italia da parte del Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche (il Crediop) come «Capo servizio» da utilizzare nelle attività finanziarie di una economia, all’estero quasi ironicamente chiamata «mista», ma in grande espansione per i suoi successi. Guido Carli, allora Governatore della Banca d’Italia, non esitò a intervenire col Presidente del Crediop perché Gianani fosse mantenuto a Washington. Della lettera resta copia nell’archivio Gianani presso l’ABI e si deve a Torreggiani se ne veniamo ora a conoscenza. Scriveva Carli: «le funzioni attualmente svolte dal dott. Gianani in seno al Board della International Bank sono molto importanti per il nostro Paese e non si rende agevole la di lui sostituzione con elemento altrettanto idoneo»; Gianani aveva dimostrato di saper curare gli interessi italiani operando nella Banca Mondiale «con intelligenza, capacità e alto senso del dovere» (corsivo nostro).

3. La crescente autorevolezza

L’iniziativa di Carli ebbe effetti di breve durata, ma testimonia adeguatamente l’autorevolezza da cui proveniva, e quale fosse il prestigio che si era guadagnato Gianani nel pur breve periodo in cui operò a Washington. E Carli, nelle sue valutazioni personali, non era uomo di facili giudizi e convinzioni; nell’occasione, aveva visto giusto. Gianani, infatti, tornato in Italia, fu promosso Direttore centrale e responsabile dei servizi finanziari con l’estero del Crediop ed ebbe ruolo centrale nel momento in cui la banca iniziò a muoversi con la dovuta circospezione nella compravendita di carta finanziaria e nella assistenza ai contratti assicurativi correlati alle attività estere di quell’importante insieme di partecipazioni. Gianani aveva ormai il prestigio dell’esperto in questioni finanziarie internazionali per cui fu per lui un impegno ineludibile il suo coinvolgimento nella istituzione di una Sezione speciale per l’Assicurazione. Fu in virtù della esperienza professionale maturata in questi campi che Gianani fu coinvolto nella creazione della Sezione Credito all’Esportazione per l’Assicurazione, costituita per legge del maggio 1977 presso l’Istituto Nazionale Assicurazioni. Su questo impegno di Gianani, l’autore della sua biografia ha ritrovato una lettera di Rinaldo Ossola che, come Ministro del Commercio con l’Estero, scrisse al futuro Direttore generale dell’ABI per ringraziarlo vivamente per la collaborazione ricevuta nella elaborazione della legge. Lo stesso Ministro del Commercio con l’Estero non ebbe problema alcuno a nominarlo Direttore generale una volta ottenuto il dovuto concorso del Ministro del Tesoro. Tutto questo avveniva alla fine di giugno del 1977 con la nomina di Gianani a Direttore generale della Sace, l’organizzazione che doveva dedicarsi all’assistenza per le industrie italiane in fatto di assicurazione all’esportazione delle imprese le quali richiedevano servizi bancari adeguati alle esigenze di una industria in prorompente sviluppo. Aveva già dimestichezza con almeno con tre personaggi vitalissimi per la economia e il mondo bancario nell’Italia del tempo: Pasquale Saraceno, Guido Carli e Rinaldo Ossola. 

4. L’ABI

Finalmente Gianani avrebbe anche potuto concedersi una pausa meritata in quella che era stata per lui una corsa a ostacoli difficile da imitare: in meno di dieci anni da semplice impiegato a Direttore generale di una organizzazione finanziaria nazionale di medie dimensioni che Gianani si apprestava a rendere particolarmente efficiente. L’ABI poteva costituire il prossimo obiettivo; ma qui bisognava affrontare una concorrenza tutt’altro che trascurabile perché la posizione era occupata da un uomo maturo come età, tenace e quindi difficile da rimuovere dalla sua poltrona: un concorrente in ABI fino dalla nascita della istituzione, prestigioso ma grande accentratore. In termini congiunturali italiani c’era da esporsi pubblicamente quando tutti gli eventi suggerivano di fare un passo indietro, o, addirittura, consigliavano modestia e presa di coscienza dei pericoli dello stesso vivere civile. Un alto funzionario pubblico o privato doveva fare i conti con problemi diversi, ma conseguenti e solo apparentemente irrelati. Gianani e la nostra classe dirigente del tempo stavano vivendo la coda di una crisi economica profonda e studiata in lungo e largo da diecine di esperti e il periodo, appena iniziato, fitto di un terrorismo che parve loro di essere, e lo era, ancora violento e di non agevole motivazione. L’effetto era sapiente perché cadevano colpite mortalmente persone centrali nella vita delle istituzioni oppure davano notizia della loro vitalità con iniziative lungamente messe a punto che volevano disseminare nell’intera società, insieme alla morte di persone operose e molto conosciute, anche un diffuso odio e voglia di distruzione. Scrive, o lo fa qualcuno che ne condivide intimamente il pensiero, nella quarta di copertina del volume. L’opera «permette di ripercorrere, in un’ottica del tutto inedita e dal di dentro, un decennio importante per il sistema creditizio italiano e per la sua Associazione». Nella prosa di questo autore si intende ricordare così che, se è vero che gli «anni Settanta» erano stati «difficili», gli «Ottanta» sarebbero stati terribili. E Gianani li visse tutti con un impegno che solo ora, con l’opera di Torreggiani sotto mano, siamo in grado di apprezzare adeguatamente. La nomina di Gianani nell’ambitissimo incarico era avvenuta con stretto margine (i voti erano stati nove contro sette per il suo occasionale avversario, Maurizio Parasassi) e senza particolare entusiasmo da parte di Gian Franco Calabresi, Direttore generale dell’ABI comunque in carica. Questi ben conosceva le difficoltà che si incontravano a dirigere una istituzione che rappresentava le attese di qualche centinaia di banche e diverse decine di migliaia di lavoratori. Gianani, dovette mutare lo Statuto dell’ABI che aveva allora una struttura semiconfederale con tutti i principali rappresentanti delle categorie e delle organizzazioni che avevano trovato posto a questo titolo nei suoi organi collegiali. In verità, per Gianani il 1979 fu un anno, al vertice della Sace, di risultati molto positivi concluso con la grande soddisfazione per la nomina alla Direzione generale dell’ABI. La soddisfazione per la sospirata nomina a Direttore generale dell’ABI era stata appena preceduta da analogo impegno al vertice della Sace che si protrasse per poco più di un anno. In fondo nel giudicare i due possibili impegni in termini comparativi, non si comprende facilmente la tenacia con cui Gianani preferiva l’ABI alla Sace dove godeva di un potere quasi assoluto, contava su un numero di dipendenti prossimo alle duecento unità, dove aveva costruito in breve un sistema di relazioni di assoluta qualità. Ma Gianani aveva chiaro l’obiettivo da centrare: il vertice operativo dell’ABI. L’Associazione stava non soltanto impegnandosi per mutare il Direttore generale, ma anche per individuare un nuovo Presidente; per questa carica emerse presto la candidatura di Silvio Golzio. Il problema vero nasceva dalla opportunità di sostituire Gian Franco Calabresi, personaggio di valore non discusso ma di cui si è ormai ampiamente detto. Questi aveva peraltro salvato dalla epurazione un buon numero di dipendenti dell’ABI la quale operava nel Nord Italia nella Repubblica Sociale Italiana. Ma, al fine di organizzare al meglio la nostra narrazione, va detto che l’ABI era governata sulla base dei risultati che avevano conseguito le «anime» della stessa e dei vertici che le stesse categorie avevano raggiunto in uno storico «referendum» organizzato in fretta e furia quando la guerra stava per concludersi. Il settore bancario mostrò nella occasione una inattesa voglia di mostrare una pronta volontà di darsi una organizzazione che fu generalmente approvata. Ma ora, a distanza di qualche decennio, bisognava darsi una organizzazione almeno semi-federale fondata sui poteri del Presidente, quelli di una Assemblea degli iscritti, sui poteri decisionali che si pensò di dare a un Comitato, presieduto dal Presidente. In breve il Direttore generale doveva essere nominato da un Comitato, poi ratificato dall’Assemblea secondo logica e un ordine previsto dallo Statuto che andava approvato per primo. Da lì bisognava partire; ma andava costruita una maggioranza fra gli iscritti in grado di ridurre al minimo i conflitti di interesse nell’edificio statutario, di contemperare le attese di chi nell’ABI da tanti anni vi rappresentava categorie di banche ormai minoritarie. 

5. La vicenda Arcaini

La vicenda che in qualche modo finì per interferire nella scelta di Gianani e trovò larga eco nell’intero arco della stampa nazionale e anche in quella estera fu il così detto «scandalo Arcaini», Presidente dell’ABI per alcuni anni e coinvolto direttamente nello «scandalo petroli»; in primo luogo fu però l’opinione pubblica a restarne colpita. Tenne impegnato il Consiglio dell’ABI per molti mesi; ma l’ABI non poteva attendere molto perché, sempre nel corso del 1977, esplose con virulenza inattesa lo «scandalo Arcaini», col Presidente fra i maggiori imputati ma non per fatti esterni derivanti dagli impegni collegabili all’attività del personaggio come Presidente dell’ABI. Giuseppe Arcaini era stato nominato fin dal 1957 Direttore generale dell’Istituto delle Casse di Risparmio le quali furono decisive nel nominarlo Presidente dell’ABI nel 1972. Questo assetto istituzionale dell’Associazione andò in frantumi nel maggio del 1977 quando la magistratura ritirò il passaporto ad Arcaini il quale fuggì clandestinamente in Svizzera dove si spense circa un anno dopo. Il mondo bancario accennò a qualche reazione riprendendo la tendenza a riorganizzarsi secondo la tradizionale distinzione fra «finanza cattolica e finanza laica», ma l’urgenza del momento era tale da convincere i protagonisti a concentrarsi sulla soluzione di quello che era il vero problema dei problemi che riguardava la sopravvivenza e l’autorevolezza dell’ABI. Sull’intera vicenda che tanto ricorda i tratti di un «giallo» finanziario, Pier Francesco Asso, insieme a Sebastiano Nerozzi1 e ora a Torreggiani, hanno scritto pagine controllate e da ritenere esaurienti mostrando di possedere la carica emotiva giusta per affrontare questioni storiche di tale complessità. Le pagine di questi autori ci permettono di dire che Golzio e Gianani furono i veri protagonisti di un’opera da ricordare positivamente. I due autori mostrarono di avere la tenacia e la fantasia necessarie per mettere ordine e poi avviare a soluzione quello che sembrava essere un sistema di problemi interdipendenti. 

6. Attualità e insegnamenti di Gianani

Cosa è restato nell’ABI attuale di questa esperienza? Moltissimo con riguardo a quella di Gianani e molto a quella di Golzio. La conclusione nasce dal fatto che il primo era agli inizi di una esperienza in gran parte ancora da vivere, mentre il secondo stava per tornare ai suoi studi di Statistica applicata per i quali era da tempo ben noto. Gianani, d’altra parte, doveva mostrare il suo valore anche a chi aveva storto la bocca al momento della sua designazione, mentre Golzio svolse il suo compito per senso del dovere verso se stesso. E lo svolse senza clamore, sommessamente. I due avevano un senso del lavoro di grande comunanza; volevano insegnare il mestiere in tutti i risvolti perché pensavano che il lavoro richiede un impegno gravoso solo se concepito come «condizione del fare». Ma se lo si vede come una spartizione di compiti diversi, comunque necessari e compiuti al meglio della capacità dei singoli, se lo si vede come la conseguenza del vivere civile, appena se ne scorge l’etica sociale: già allora, se adeguatamente retribuito, il lavoro è un modo di passare ordinatamente dalla proclamazione delle regole per una vita ordinatamente vissuta e giungere così a porre le fondamenta della convivenza sociale come un sistema di vincoli, meglio di premesse e di realizzazioni, per conseguire una condizione di libertà sostanziale. Gianani, che ho conosciuto piuttosto bene, vedeva nel suo lavoro la condizione della sua libertà e la premessa della sua affermazione e ascesa sociale. Sentì sempre di essere un italiano prossimo a divenire un cittadino europeo: questa era la condizione per creare una situazione in cui gli impegni appena menzionati fossero non uno scatto per «un di più», ma per qualcosa di diverso, meglio realizzato e più compiuto. Per questa ragione l’ABI e i suoi organi di stampa divennero la palestra in cui tutti gli operatori bancari potevano divenire «europei » nelle conoscenze e nei comportamenti. Si adoperò in tutti i modi, ma credo con viva sofferenza, quanto si decideva in Italia o in altro paese europeo di intervenire su una banca in crisi. Realizzò puntualmente quanto veniva deciso, in Italia e in Europa, in fatto di crisi bancarie e si augurò che l’Italia finisse per approvare parlamentarmente la prima direttiva bancaria. Le «crisi» di questo tipo di imprese non potevano essere trattate in Italia come la crisi di una impresa qualsiasi. Nel caso però interveniva la Banca d’Italia che disponeva di poteri così incisivi da trasformare una crisi bancaria in un caso di riorganizzazione della industria utilizzando, almeno in parte, il valore dello «sportello» che la banca in difficoltà non poteva non avere. Tante banche incorsero in questi problemi. Ma per loro era attiva la Banca d’Italia e il processo prevedeva diffusamente la cessione di sportelli (loro valore). Ma poi, in seguito alle crisi economiche ricorrenti e ripetute, il legislatore divenne attivo nel settore europeo scosso violentemente in Italia da un processo di privatizzazioni copiose e forse male assortite. Quando si disse che anche la Banca è un’impresa, Gianani si compiacque perché era da tempo convinto che così non poteva non essere. Lo stesso gli accadde quando lesse qualche scritto accademico che riprendeva lo spirito teorico secondo il quale la banca può idealmente funzionare con capitale zero. Ma restava comunque sempre la «reputazione» da salvare fino al possibile. L’ABI è così divenuta una palestra in cui affinare ogni giorno le difficoltà tecniche di imprese, quelle bancarie, grandi ma vulnerabili, redditizie ma fragili nella loro redditività, pronte a rinverdire lo sciagurato caso della «banca capogruppo».

7. Il valore corale di una biografia

Tutto vero, dunque, ben detto, e fa bene Torreggiani a darne insistito riscontro. Ma il lettore di questo volume, non può non porsi nei panni di chi deve dare conto di un’opera costituita in realtà da tre opere: Premessa, testo, Postfazione, scritte in un clima diverso l’una dalle altre. Il saggio di Torreggiani, nel quale la Prefazione di Maurizio Sella illustra adeguatamente i punti salienti del volume, resta al centro di questo piccolo sistema di scritti vergato in condizioni emotive ed esistenziali diverse. Ma, procedendo, non è un caso che le pagine di Federico Pascucci vengano presentate come una Postfazione; quasi come un invito che si può o non si può leggere a seconda del lettore del momento. E Pascucci serba solo un cenno, ad esempio e volutamente, alla esperienza di un Gianani che diviene Direttore generale di un’ABI alle prese con il cambiamento di uno Statuto superato dai mutamenti nel settore bancario che scuoterà dalle fondamenta la organizzazione dell’Associazione. Nelle pagine di Pascucci, in realtà, questi si autoracconta. Sono pagine di qualità nelle quali traspare che lo stesso Autore ammette la stima nutrita nei confronti di chi è stato parte di una esperienza vissuta insieme. È vero, bisogna convincersene: anche il ghost writer merita la sua biografia. Ma, si dirà, si tratta di pagine che valgono come memoria di vicende personali, di un qualcosa che correttamente viene chiamato «post», perché già vissuto. Solo che sono state scritte in memoria di Felice Gianani e con il testo di Torreggiani già disponibile. Quelle di Pascucci sono dunque una seconda introduzione, dopo quella di Maurizio Sella, che può proporci un nuovo fascio di domande fino a chiederci se, in fondo, non abbiano ragione tanti storici che si pongono la grande questione del rapporto fra la Storia e la verità fattuale che con la prima si racconta; in particolare, come è il nostro caso, quando si parla di eventi di cui si è avuta recente certezza. Riassumendo, un testo copioso e di notevole impegno, una Pre- e una Postfazione. Nel centro un autore che ci presenta un Gianani sempre in affanno, chiamato a soccorso di banche in crisi e da qualcuno fra i tanti che recalcitravano rispetto a quanto si era deciso a Bruxelles o in via Nazionale; un lettore che ha qualche difficoltà a orientarsi nel mezzo alle molte domande che i tanti rinvii di queste pagine pongono. Alcuni di voi le leggeranno con l’animo di chi custodisce nello studio un quadro dell’avo impegnato in un lavoro che ci guarda con bonaria indifferenza.

8. Maurizio Sella

C’erano anche loro quando l’ABI si adoperò per risolvere questo o quel problema e per scegliere magari il male minore. In casi del genere Maurizio Sella, ad esempio, aveva fatto valere il suo pragmatismo di uomo sempre proteso a conseguire il fine dell’azienda, senza cercare l’impossibile; così come fece sempre Gianani e come fa l’ABI in ogni momento. Per questo l’ABI è oggi quella che è; e per queste ragioni Felice e Maurizio meritano un grazie da parte di tutti noi, e più che altro di tutti voi. Nei limiti dell’umano operare, la vita della Associazione è stata ed è in buone mani. Ne sono convinti i milioni di risparmiatori che vi affidano i loro averi e le persone che operano nelle tante vostre aziende attraverso le quali offrite i vostri servizi. Tanto mi sovviene leggendo le pagine dettate da Maurizio Sella in questa occasione una volta premesso che il ruolo da lui svolto nell’ABI in fatto di impegno è stato lunghissimo temporalmente, vario (compreso quello nelle istituzioni bancarie europee) e, per Maurizio, mantenuto fecondo fino al limite ultimo della Sua vita. Ho sempre nella memoria il tono imperioso della sua voce, quando non potevi non tener conto della sua opinione che era sempre equilibrata e pensata; autorevole dunque. E ho sempre di fronte la sua immagine di uomo retto nel portamento e nel comportamento di cui, solo notandone i più piccoli particolari, potevi scorgere se lo interessavi o meno. Ebbene questo personaggio (tale era) si apriva poi al sorriso e alla comprensione quando scopriva la serietà dell’impegno del suo interlocutore, anche se si occupava, magari, solo dell’archivio della Associazione cui tanto teneva. Col passare delle opere da lui edite e di cui ha poi scritto la Prefazione mi era apparso possibile avvertire come una dolorosa preoccupazione. Temo che avvertisse la «chiamata finale», quella che turba ognuno di noi e che ci induce a una riflessione sommessamente, in silenzio: come Lui avrebbe voluto. Grazie Felice, e grazie Maurizio.

Note

Intervento alla presentazione del volume di V. Torreggiani, La banca che cambia. Il ruolo di Felice Gianani nelle trasformazioni bancarie degli anni Ottanta, Istituto Luigi Einaudi per gli studi bancari, finanziari e assicurativi, Bancaria Editrice, Roma, 2025, Biblioteca «Stefano Siglienti», ABI, Roma, 16 dicembre 2025. Si riproduce, con minimi interventi redazionali, il testo dell’intervento del Prof. Barucci. Si tratta del suo ultimo scritto, e in esso si può cogliere l’autorevole professore e l’uomo dotato di un acuto spirito critico.

(1) P.F. Asso, S. Nerozzi, Storia dell’ABI. L’Associazione Bancaria Italiana 1972-1991, Bancaria Editrice, Roma, 2009.

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